Della teologia ovvero del ‘re nudo’

(Il circolo vizioso salvezza-dannazione)

Ma cos’è questa tua ossessione critica nei confronti delle religioni? Questo tuo considerarle – in modo come ben sai tutt’altro che nuovo – ‘oppio dei popoli’?

Riconosco che può sembrare (e a modo suo essere) un’ossessione… ma intanto vorrei precisare che, se di ossessione si tratta, lo è nei confronti non tanto, o non solo, delle religioni come tali, quanto della cultura religiosa.

E che differenza c’è?

Penso che lo spiegherò meglio più avanti. Intanto devi accontentarti di questa approssimazione: per religioni intendo tutto quanto ha a che fare con le credenze e pratiche religiose in cui tante persone si riconoscono, oltre che naturalmente con le istituzioni storiche, comunque strutturate, ‘istituite’ appositamente allo scopo di secolarizzare tali credenze rivendicandone la rappresentanza, l’‘esclusiva’; per cultura religiosa intendo ciò che nelle convinzioni e nei comportamenti (insomma, per impropria che possa essere l’identificazione, nella cosiddetta mentalità) di tante persone è condizionato in modo determinante dagli stessi presupposti che hanno dato vita e forma alle religioni, anche se tali persone non si riconoscono espressamente in nessuna di esse: indipendentemente cioè dalla loro appartenenza o meno ad una qualche religione positiva. O addirittura anche se si professano atee.

Va bene… anche se mi sembra una distinzione piuttosto forzata, per non dire gratuita. Si vedrà in seguito. Ma perché, di fronte ad un discorso critico sulle religioni, che non è cominciato certo oggi, questo stesso discorso ha assunto in te – che lo sembri o che lo sia lasciamo stare per ora – questa forma ossessiva?

Perché – per eccessivo che possa apparire anche a me (da cui questo sospetto che sempre mi accompagna di essere in preda, appunto, ad una qualche ossessione) – tutte le volte che mi sforzo di trovare un movente plausibile, storicamente e psicologicamente identificabile, alle esplosioni di follia che periodicamente attraversano l’umanità, e in modo via via sempre più foriero di una qualche definitiva Apocalisse, mi si para davanti con suggestione irresistibile lo scenario rappresentato dalla alienazione religiosa. Alienazione religiosa come causa/effetto della mentalità religiosa… in ogni caso alienazione implicita, strutturale, riscontrabile sempre nel modo di vivere la religione da parte di grandi masse.

Quindi non nego che possa trattarsi di una ossessione, ma non posso nemmeno sottrarmi, sfuggire, e quindi negarmi, ad una percezione così perentoria di questo movente.

Questo movente – per tanta follia – prima di ogni altro possibile?

Proprio così: prima – nel senso di costituirne il presupposto vero – di ogni altra possibile motivazione. E prima di una in particolare, che per me è decisiva proprio perché da vedere alla luce di un circolo vizioso che pochi sono disposti a considerare come tale: parlo di quella motivazione che imputa la follia autodistruttiva dell’uomo, il suo progressivo accentuarsi, al misconoscimento dei veri insegnamenti che le religioni si sforzano invano di far diventare senso comune! Ché – si dice – se tale diventassero (senso comune), l’umanità saprebbe autopromuoversi invece che autodistruggersi!

E invece, in che senso questo dà vita secondo te ad un possibile circolo vizioso?

Nel senso che proprio questa pretesa delle religioni di conoscere – e quindi nell’autoimporsi la missione di diffondere – formule varie (e contraddittorie, sia fra di loro che al proprio interno, ma non è nemmeno questo il punto) in grado di garantire la salvezza dell’uomo da non si sa bene quale condanna – se non quella identificabile in una condizione umana contrassegnata, come per ogni altro essere vivente, dal bisogno – può portare al convincimento della improrogabilità di una lotta per la salvezza che, essendo lotta decisiva, radicale, esistenziale nel senso pieno, letterale, del termine, spinge a non fermarsi di fronte a niente che possa offuscare questo orizzonte di salvezza. Che sia o non sia offerto da una qualche religione positiva. E’ il doversi salvare a tutti i costi da qualcosa – che poi in realtà, ripeto, altro non sembra essere che la condizione umana così come si è venuta determinando in seguito a processi naturali/storici la cui difficile (in qualche modo impossibile: il perché proverò a motivarlo più avanti) individuazione non ne giustifica il disconoscimento – che può portare, che spesso ha portato, a doversi ‘salvare’ (cioè a dover prescindere) dalla condizione umana. Cioè dall’uomo. Cioè dagli altri uomini.

E ciò accade tanto più quanto più questa salvezza – e proprio quando sembra di portata storica, in grado di irrompere nella storia e di trasformarla – dilegua all’orizzonte, diventa – io dico per forza di cose prevalendo questa prospettiva – sempre più problematica. Insomma, è proprio il discorso della salvezza che può aprire la strada, che spesso ha aperto la strada, alla pratica della dannazione. In questo senso circolo vizioso.

Mi sembra una tesi piuttosto azzardata, per non dire, anche questa, gratuita. In ogni caso, con quali argomenti intendi sostenerla?

Mi ci proverò procedendo su due linee (con l’aggiunta, come integrazione necessaria, di una terza, fondativa e quindi riassuntiva di entrambe): una linea, per così dire, teoretica, prendendo di petto il permanere incontrastato di una pratica speculativa, quella che va sotto il nome di teologia (e che i dizionari filosofici definiscono in primissima battuta come ‘scienza di Dio e delle cose divine’), che a me sembra, ogni giorno che passa, sempre più paradossale in quanto sempre più palesemente basata sul nulla, sempre più analoga alle divinazioni degli astrologi… ma che, nonostante questo, continua tranquillamente ad essere accettata, rispettata e omaggiata (come del resto le divinazioni degli astrologi), anche da chi, professandosi pensatore (o addirittura ‘filosofo’), dovrebbe quanto meno nutrire qualche dubbio sul suo impianto, appunto, teoretico.

Proverò in un secondo momento ad affrontare una lettura, orientata da questa convinzione profonda (od ossessione che dir si voglia), di un insieme di vicende – remote, prossime, o attuali, comunque attinenti all’operare umano nel tempo, quindi storiche – caratterizzate da una cecità che io ritengo altrettanto paradossale e altrettanto pericolosa.

Partiamo pure allora dalla teologia. Cosa intendi, propriamente, con ‘prendere di petto la teologia’?

Intendo sostenerne la totale, radicale, inconsistenza!

Nientemeno! E così, in blocco, senza distinzioni… Senza considerare tutta una gamma di posizioni che fanno della teologia, come di qualsiasi altra forma speculativa, un campo di ricerca aperto a tutti gli sviluppi, a tutte le prospettive? Che tu, oltre tutto, non credo conosca in modo adeguato, con la dovuta acribia.

Per risponderti devo metterla sul personale… In modo esplicito, intendo, considerando per altro che dal personale comunque non uscirò (come credo non si esca) mai.

Ho sempre nutrito forti dubbi sulla consistenza teoretica della teologia, sul suo essere fondata su qualcosa di diverso che non fosse un ‘desiderio’ di dio dovuto alla paura dell’esistenza, il bisogno-desiderio cioè di trovare un fondamento, un punto fermo sul quale proiettare l’angoscia esistenziale al fine di stemperarla, ‘reificando’ poi, per così dire, questo desiderio… ma di fronte al dispiegamento di una mole così imponente di elaborazioni, alcune grezze, ma altre, e tante, di grande forza speculativa e sorrette da tanta autentica passione, ho ritenuto di dover soffocare i miei dubbi considerandoli basati su un bisogno esistenziale di ‘chiarezza e distinzione’ che sicuramente doveva aver mosso anche i teologi, e che pure aveva portato tante menti e tanti cuori capaci di tanto acume e di tanta umanità a sostenere quelle posizioni che invece a me sembravano assurde. In altre parole, mi ritenevo del tutto inadeguato ad usare l’arma della ragione, della razionalità, che credevo declassata in me a semplice ragionevolezza, per contrastare sforzi speculativi di ben altro spessore che non la consistenza che può pretendere di avere ciò che si basa sulla semplice ragionevolezza. Insomma, per dirla tutta, i miei argomenti contro la teologia mi sembravano troppo terra-terra, troppo condivisibili e condivisi da certo senso comune popolaresco (‘Sono tutte balle di preti!’, o anche: ‘E’ solo aria fritta’ ), per poter competere con la produzione teologica. Senso comune che per altro riaffiorava in tutta la sua semplicistica sordità (così la ritenevo) anche quando mi imbattevo in posizioni di critica ‘colta’ nei confronti della teologia: non mi convincevano affatto, proprio come non mi convinceva la teologia, ma attribuivo ciò alla mia inadeguatezza culturale.

E cosa ti ha indotto a cambiare parere? Una sopravvenuta tua maggiore conoscenza delle varie questioni trattate dai teologi, e quindi un più consistente avallo culturale offerto alle tue critiche, o che altro?

Questo che tu dici, certamente… ma altrettanto certamente tutto ciò non sarebbe stato sufficiente (riconosco senza difficoltà quanto sia pur sempre carente una mia necessaria conoscenza in proposito) se soprattutto non avessi invece nel frattempo rivisto, e in un certo senso ribaltato, il mio giudizio circa il rapporto tra ragione e ragionevolezza. Se non avessi, in altre parole, soprattutto rivalutato di fronte a me stesso ciò che prima mi sembrava solo frutto di un buon senso, o senso comune, scarsamente attendibile di fronte a tanta dottrina: la ragionevolezza, appunto. O comunque la ragione, la razionalità, intesa come ragionevolezza (e anche su questa distinzione cercherò di essere più preciso e rigoroso in seguito).

Ti ha convinto il ‘sono tutte balle di preti’?

Non espresso in questi termini, certamente, e nemmeno per quanto una espressione del genere possa lasciar intendere al di là del giudizio popolaresco… quanto invece proprio per quel tanto di ingenuità, intesa come genuinità, come meraviglia fanciullesca, che vi sono andato intravedendo.

Insomma, il proverbiale ‘re nudo’ rinvenuto nella saggezza popolare!

Passi per il ‘re nudo’… anzi, benissimo il ‘re nudo’… ma precisando subito che in quella che comunemente viene chiamata saggezza popolare c’è, come è facile verificare, sempre anche tanto altro, e tutt’altro che saggio… Anzi, c’è in quantità notevole materiale sfruttabile, e tanto spesso sfruttato, da un potere al quale non pare vero di potersene servire per dare sfogo e sfruttare la sua vena populistica. Tanto è vero che poi è sempre bastato molto poco perché anche il ‘sono tutte balle di preti’ non reggesse di fronte alle tante altre ‘balle’ che, preti o non preti, sono state invece accettate di slancio da questa presunta saggezza popolare. Ed è bastato ancora meno perché di fronte a qualche prete (e dico ‘prete’ in senso lato, inteso come sacerdote dedito al culto di qualche verità indiscutibile) meno rozzo – in buona o mala fede che fosse, in modo accorto, subdolo, gesuitico o animato da sincera passione che fosse, ma in grado comunque di avere una chiara percezione della psicologia della massa – anche ‘le balle dei preti’ si tramutassero per molti in verità… e verità tanto più indiscutibili quanto più a sostenerle stava la forte carica emotiva che spinge i neofiti…
E tuttavia il ‘re nudo’, come originario credito dato a ciò che si vede con i propri occhi, ha continuato a serpeggiare tra tante persone, a ricomparire e ad essere ‘visto’ al di sotto dei tanti più o meno sgargianti abiti inesistenti magnificati da esperti illusionisti. E ad essere additato con la dovuta ingenua naturalezza. In ogni caso ho intravisto in esso un fondo di verità in grado di reggere molto meglio, con molta più fondatezza, alla carica del dubbio cui intanto avevo deciso di lasciarmi trascinare.

E va bene, il ‘re nudo’, la rivendicazione cioè di una purezza di sguardo non barattabile con visioni forse tanto più complesse quanto più illusorie e illusionistiche, ma tu stesso hai espresso perplessità sulla consistenza, sulla saldezza, della cosiddetta saggezza popolare, per cui dovranno pur essere intervenute anche altre considerazioni più, come dire, dialettizzate nei confronti della cultura teologica.

Sicuramente, e te ne parlerò subito… ma è stato pur sempre la mia visione, la visione che ho avuto io, del ‘re nudo’ che ha rafforzato le mie convinzioni, alimentato la mia dialettica.

In che senso?

Sotto due aspetti. Nel senso che quel tanto di ingenuo da intendersi come componente anche negativa, imputabile di puerilità, presente nella allegoria del ‘re nudo’ (in fondo si tratta di una favola con la sua brava morale!), l’ho trovato con ben maggiore forza corrosiva, capace di condizionare negativamente in modo ben più decisivo, in tante costruzioni teologiche, per sofisticate che fossero. In altre parole, ingenuità per ingenuità, semplicismo per semplicismo, mi sono apparse assai più basate su un presupposto non meditato – accettato più per un moto inconscio che dopo autentico travaglio critico – tante argomentazioni addotte dalla teologia che non la denuncia del ‘re nudo’… e anzi, tanto dispiegamento di sofisticheria mi è sembrato proprio dovuto alla necessità di tacitare, rimuovere, questo originario cedimento ad un impulso incontrollato.

Roba da psicanalisi, a quanto vedo. E l’altro aspetto in grado di confortare la tua dialettica cui accennavi ?

Consiste proprio in ciò che hai definito, non so quanto ironicamente, ‘roba da psicanalisi’. E’ stata proprio la psicanalisi, la messa in evidenza operata dalla psicanalisi di meccanismi più o meno inconsci che quanto meno orientano tante nostre scelte coscienti (senza per questo – è bene lo dica subito – considerare la psicanalisi una specie di passepartout insostituibile per ogni problema esistenziale), che mi ha offerto quegli strumenti diciamo pure culturali in grado, se non di eliminare del tutto, di attenuare in modo consistente il mio complesso di inferiorità nel confronti della teologia.

Vale a dire?

Ne ho già fatto cenno prima. E’ per sostenere una posizione che dentro di sé – in un recesso della propria psiche che si è ‘deciso’ di non più frequentare (ciò che la vulgata psicanalitica chiama rimozione) – non si è mai veramente accettata perché contrastante in modo insostenibile con una evidenza che invece non si vorrebbe ‘vedere’ perché troppo angosciante (da cui il credito incondizionato accordato al desiderio di superare questa angoscia), che si sono affilate le armi dialettiche. E tanto più queste armi si sono affilate, proprio dialetticamente, quanto più hanno potuto pescare in una autentica passione, trovare alimento in un bisogno autenticamente esistenziale: ciò che ne ha costituito la vera capacità di presa…
così scarsa, invece, questa presa quando il tutto viene posto al vaglio della semplice ragione, della ragione intesa come ragionevolezza! Ritengo che il motto che costituisce il fondamento vero di ogni teologia, vale a dire il ‘credo quia absurdum’, costituisca in realtà il più formidabile circolo vizioso mai escogitato dall’uomo per tentare disperatamente di uscire dal Circolo Vizioso in cui è destinata a dibattersi la sua coscienza quando si sofferma a considerare la condizione umana.

Ecco, sono queste riflessioni, questi riscontri sorprendentemente elementari e complessi ad un tempo, che più di ogni altra cosa mi hanno confermato circa la fondatezza del mio sentire. Poi sono subentrate altre riflessioni, come dire, più articolate, più filosoficamente (attraverso una pratica della filosofia che ti dirò) fondate, ma la spinta originaria alla mia critica alla teologia l’ha procurata il riscontro di questo meccanismo psicologico che la sostiene.

E tu credi che la teologia, la ricerca teologica, non si sia imbattuta in questo scoglio costituito dalla psicanalisi e non sia stata in grado di superarlo senza troppi danni? Anzi, uscendone magari rafforzata?

La incontrastata fortuna della teologia anche dopo che la psicanalisi – almeno nel mondo cosiddetto occidentale – ha condizionato gran parte della cultura di tutto il secolo ventesimo, sembra avallare ciò che affermi… ma lo avalla adottando il punto di vista di una sociologia culturale che ritengo la più sconcertante espressione della deriva autoreferenziale che caratterizza, impantanandola, la attuale cultura … mentre lo sguardo nuovo che la psicanalisi ha reso possibile gettare su un circolo vizioso di sempre non è mai stato adottato veramente in certe sue implicazioni esistenziali: se non in modo accademico, pago di un ‘far tornare i conti’ elaborato a tavolino. ‘Sguardo nuovo su un circolo vizioso di sempre’ che, proprio perché ‘di sempre’, non ha creato troppi imbarazzi alla teologia, la quale ha proprio nel ‘sempre’ il suo punto di forza, ciò che le permette di essere ‘sempre’ al di là di ogni contingenza…
Ma siccome io mi ritengo del tutto contingente (mi trovo qui, come credo tutti anche se molti non lo ammetteranno mai, per puro caso), prigioniero in altre parole di una contingenza che però è tutta la mia esistenza (cioè per me, come per ognuno, una contingenza/eternità), ogni nuova sfaccettatura che è possibile intravedere atta a gettare luce sulla condizione umana, non la sottopongo alla verifica del ‘sempre’ (un ‘sempre’ che per ognuno di noi sarà, tanto per usare il già citato ossimoro, ‘sempre contingente’), ma alla verifica della mia condizione umana, cioè della mia esistenza. E la psicanalisi ha gettato luce sulla mia esistenza, l’unica di cui dispongo fino in fondo, e che non intendo barattare con altre pur rispettandole e pur ‘servendomene’ per crescere nella conoscenza della mia perché le riconosco condizionanti la mia in modo decisivo… ma è pur sempre la mia, alla fine, la più attendibile, in quanto la più direttamente disponibile a farsi da me scandagliare per ricavarne elementi con cui riflettere sulla condizione umana.

Tutto questo per dire che alla fin fine ciò che conta veramente sono comunque le tue personali considerazioni (sensazioni, emozioni, riflessioni, argomentazioni, ecc.)?

E’ così… ed è stato giungendo a questa convinzione (frutto di sensazioni, emozioni, riflessioni ecc.) che credo finalmente di essermi per gran parte emancipato da ogni complesso di inferiorità nei confronti della teologia.

Alla faccia dei circoli viziosi che vorresti denunciare!

No, in ossequio al Circolo Vizioso (di cui dovrò parlarti prima o poi più a fondo) che tanta speculazione, e in primis proprio la teologia, ritiene di poter superare senza rendersi conto di quanto stia invece girando a vuoto su se stessa. Su una condizione che, o è quella che ognuno vive e sperimenta per sé, o non è di nessuno.

Per sé’? Ma questo è puro solipsimo!

Forse… ma ti confesso che mi sento sempre un po’ a disagio con questi termini propri della tradizione filosofica, resi per me ambigui, sfuggenti, buoni a tutti gli usi, proprio dalla tradizione. Sfido in ogni caso chiunque a ritenere di possedere una qualche conoscenza su cui contare senza che l’abbia fatta passare, cosciente o meno che ne sia, attraverso il proprio vissuto. Un vissuto tutto da ‘leggere’, certamente – e per questo non può certo inventarsi un alfabeto solo personale, ma usare quello che il mondo in cui, e di cui, vive gli mette a disposizione – ma poi l’ultimo avallo, l’ultima verifica, sarà sempre quella vestita dell’abito che tale lettura, comunque eseguita, gli ha permesso di cucirsi addosso. Cioè il senso, l’orientamento che ti provi a dare alla tua esistenza quando non vuoi cedere all’impulso di lasciarla procedere al buio. Un buio che però – e vengo a darti alcune prime indicazioni circa la stoffa con cui mi sono costruito il mio abito e di cui prometto di parlare in modo approfondito più avanti – prima o poi si abbatterà su di essa, ed è proprio con questo buio che bisogna fare i conti… con cui personalmente intendo fare i conti. Ed è per fare questi conti (questo tipo di conti) non solo, appunto, con me stesso, per non sentirmi protetto solo dall’abito che mi sono cucito addosso, che devo farli con la teologia, questa ‘scienza’ che tratta in definitiva del destino ultimo di tutti noi. Ma farli percorrendo questa strada lastricata dalla mia esperienza, costituita soprattutto dalla mia esperienza. Quella che sto cercando di illustrarti per cercare di renderla più visibile anche a me stesso parlandone.

A questo punto comincia ad esserci, come si dice, troppa carne al fuoco. Proviamo allora a fare un po’ d’ordine con un primo, sia pur parziale, riepilogo. Dunque, la tua critica radicale nei confronti delle religioni si basa fondamentalmente sul loro parlare di ‘salvezza e di dannazione’, aprendo secondo te di fatto – nel momento in cui sostengono la necessità/possibilità della salvezza da ciò che, tu dici, altro non è che la condizione umana – la strada ad un possibile percorso di dannazione. Di fatto. Come le vicende storiche costringerebbero a verificare. E per legittimare questa tua tesi hai ritenuto di dover intanto ‘prendere di petto’ la teologia, di denunciarne la totale inconsistenza. E sulla base di che cosa? Sostanzialmente di un percorso attraverso te stesso che – tu dici – ti ha permesso di uscire da una sorta di complesso di inferiorità nei suoi confronti essendo riuscito a legittimare, sempre di fronte a te stesso, un tuo sentire, per così dire, originario. Istintivo. E avendo come pezza d’appoggio culturale la psicanalisi, che ti ha consentito di ‘vedere’ come almeno altrettanto istintivo (ingenuo, originario) fosse l’humus sul quale si è generata e sviluppata la teologia…

Humus che però la teologia, di fatto, finisce sempre per nascondere a se stessa, e con tanti più sforzi dialettici quanto più è costretta a dover rendere conto di queste sue magmatiche radici. Pensa solo a come il dio che i teologi ‘propongono’ a chi si rimette alla loro ‘scienza’ – la funzione salvifica che a conclusione dei percorsi anche i più complessi e articolati devono pur riportare in primo piano per renderla plausibile ai fruitori di questa scienza (ma forse prima ancora a se stessi) – venga di volta in volta ‘adattato’ a tutti i momenti/moventi che via via vengono fatti emergere dalle indagini su una psiche che, sollecitata, non può che mostrare le sue continue, strutturali, contraddizioni. Così, c’è sempre un dio per ogni situazione, anche le più distanti e le più conflittuali tra loro: un dio per i ricchi come per i poveri, per i saggi come per gli stolti, per chi soffre come per chi è felice… un dio che, quando lo si prega per un qualche bisogno, è sempre ‘giustificato’, che si ritenga sia o non sia intervenuto: se si ritiene sia intervenuto, è perché è misericordioso e perché ama gli uomini, se si ritiene il contrario è perché – come è stato detto recentemente – è ‘disgustato degli uomini’… Insomma, un dio – a dispetto di quasi tutta la ‘scienza’ teologica – indebitamente antropomorfo, contraddittoriamente ritagliato in definitiva solo sui bisogni umani, in evidente contraddizione cioè con la sua pretesa (pretesa dai teologi) natura trascendente. Così offrendo, a chi è ancora in grado di scorgere il ‘re nudo’ sotto tanti finti drappeggi, tutta la gamma della sua strutturale adattabilità. Cioè della sua totale inutilità.

E comunque è con questo humus originario che bisogna fare i conti, conti che tu in qualche modo dai a vedere di aver già fatto identificandolo con una condizione umana caratterizzata per te fondamentalmente dal bisogno…

E’ così. Per cui l’inconsistenza della teologia è per me dovuta proprio alla sua illusione di uscire da questa condizione, ponendosene di fatto fuori quando adotta un punto di vista che è quello del desiderio, legittimo e inestinguibile, di uscirne, ma senza tener conto che il desiderio ha le sue radici nel bisogno e nella sofferenza che provoca: dai quali non si esce! Se non illusoriamente, appunto, proiettandosi in una dimensione che dovrebbe trascendere la condizione umana: il divino, o qualcosa (per esempio l’utopia mal intesa e mal vissuta di un ‘mondo migliore’) che ne svolga analoga funzione. Che pertanto, non solo non permette in alcun modo di uscire dalla dimensione del bisogno, dalla condizione umana, ma contribuisce solo a celarla, rendendola di fatto operante – questa condizione caratterizzata dal bisogno, e quindi dal desiderio – al di fuori della sola possibile forma di controllo della stessa, quello esercitabile dalla facoltà razionale dell’uomo.

E così l’essenza della teologia verrebbe ad essere, secondo te, questa in fondo banale (banale come spiegazione) ‘fuga in avanti’...

Sì, nella sua essenza. In quanto alla banalità, la riconosco senza difficoltà come rischio possibile… che però, come ti dicevo, è lo stesso rischio che mi sono reso conto corre anche la teologia, per cui ciò che conta è non rinunciare mai a cercare dove può nascondersi questo rischio. A mio modo di vedere quasi sempre si nasconde dietro un’esigenza che si crede di avere veramente soddisfatta facendola così sparire dal proprio orizzonte, ma proprio per questo lasciandola agire indisturbata, del tutto fuori controllo. Cosa che, ripeto, proprio nella sua essenza, sono convinto faccia ‘per statuto’ la teologia, per cui banale può sembrare la mia spiegazione, ma solo perché è il riflesso della banalità che denuncia. Si può credere o non credere alla esistenza di dio, e giungere ad una di queste conclusioni, quale che sia, richiede un percorso, una ricerca, che certamente possono essere niente affatto banali se ci si confronta davvero col ‘desiderio’, con la sua origine: banale (nel senso che può essere solo una soluzione di comodo, puramente consolatoria) diventa invece costruire l’edificio della propria e altrui esistenza come se questo approdo, quale che sia, fosse in grado di costituire un reale fondamento. Si può credere o non credere nell’esistenza di dio, ma (e qui mi pare di sapere che alcuni teologi – in modo contraddittorio, a mio avviso, in quanto teologi, e non so per altro con quale reale seguito – sostengano qualcosa di analogo) nell’un caso e nell’altro si deve essere coscienti che si ha a che fare col nulla, inteso come nulla d’esperienza. Col quale bisogna fare i conti, certamente, ma che sempre nulla d’esperienza resta, sul quale quindi non si può costruire niente che non si sia poi disposti a veder franare… ma di cui, soprattutto, occorre essere sempre coscienti, pena l’abdicare dall’essere animali pensanti, pena il venire schiacciati sotto le rovine delle proprie stesse opere. (E su questo, come promesso, tornerò fruendo di un paio di altre prospettive).

E quali sarebbero, intanto, le conseguenze storiche di questa natura ‘banale’ della teologia? Forse, se me ne illustrassi qualcuna, il tuo discorso potrebbe sembrarmi meno gratuito, o, se vuoi, meno astruso, o magari proprio meno banale, di quanto non lo sia a questo punto…E proprio quando mi sforzavo di renderlo un po’ più accessibile semplificandolo, riassumendone le presumibili linee guida!

Hai ragione. Tanto più che – sempre per restare alla teologia, e consapevole del circolo vizioso all’interno del quale dovevo, e devo, muovermi – la conferma della fondatezza, intesa come legittimità, del rifiuto da parte mia di riconoscerle una qualche consistenza al di là del manifestare un bisogno esistenziale, è sopravvenuta proprio quando ho creduto di ravvisare la traccia indelebile di questa inconsistenza (consistente quindi, e come!, nelle conseguenze) in quei risvolti tragici delle vicende umane resi tali dall’uomo contro se stesso, in aggiunta, per così dire, ai risvolti già dolorosi propri della condizione umana. Risvolti tragici di cui parla, dovrebbe parlarci, la storia. Oltre che il presente. Ed è pertanto proprio provandomi a indicare queste conseguenze che intendo, sia rendere il mio discorso sulla teologia più comprensibile, sia passare all’altra serie di argomentazioni che mi proverò ad elaborare per chiarire il più possibile in cosa consista a mio modo di vedere la responsabilità delle religioni, o meglio, della cultura religiosa – della mentalità che ha comunque le stesse radici delle convinzioni religiose – in tante delle disgrazie che hanno afflitto, e continuano ad affliggere, l’umanità in quanto procurate dall’uomo a se stesso.

Intanto propongo però una pausa.

E pausa sia. Purché non faccia cadere la tensione del discorso intrapreso.

Non temere, per questo c’è sempre la garanzia costituita della mia ossessione! Che sia tale o meno.

 

 

 

 

 

Della storia umana rivisitata adottando un criterio ‘forte’

Dunque, sei del parere che i tanti mali ‘aggiuntivi’ che affliggono l’umanità (che si aggiungono alla condizione umana nel tentativo di esorcizzarla) siano dovuti in tanta parte, per non dire tutti, all’influenza delle credenze religiose e dei loro surrogati, che per altro hanno sempre contrassegnato – quale che ne sia stata la forma assunta – tutte le tappe della vicenda umana.

E’ così, almeno a partire da quando sono disponibili testimonianze…
Purché però si adotti, per una interpretazione delle tappe che hanno contrassegnato la vicenda umana, uno sguardo particolare da gettare sul passato – di cui ti dirò subito – che non ha la presunzione di essere l’unico possibile, ma che credo possa rivendicare una sua legittimità per lo meno pari a quella di tanti altri sguardi più o meno ufficialmente (accademicamente) riconosciuti.

Ma quando si parla di interpretazione del passato non dovrebbe essere uno solo lo sguardo da adottare, sia pure una volta messi nel conto gli infiniti problemi che ne costellano lo statuto, e cioè – accademia o no – lo sguardo dello storico?

Ascolta. Se le mille questioni che sorgono qualora si volesse tratteggiare anche solo per sommi capi la figura dello storico non verranno affrontate – e apparentemente risolte – solo all’insegna della più accomodante autoreferenzialità… se, in altre parole, l’estrema complessità che si incontra quando si volesse indagare sul ‘perché’ e sul ‘come’ si fa (o si dovrebbe fare) storia, verrà rispettata proprio come complessità… se cioè se ne riconosceranno i mille risvolti che possono assumere sia le motivazioni sia i modi di procedere cui ci si può riferire quando si intende gettare uno sguardo sul passato per… per… Ecco il punto: per che cosa?…
se insomma si accetterà senza riserve che il criterio che si intende seguire è continuamente da verificare, da definire, e infine da dichiarare, e in vista di che cosa… se si entrerà in questo ordine di idee, non resta altro che motivare, dopo che li si è indagati, che si è cercato di renderli il più possibile plausibili, i propri criteri e le proprie motivazioni.

Ti ho ascoltato, sia pure un po’ a fatica, e credo di averti seguito… per cui sono pronto a sentirli i criteri che hai fatto tuoi. A sentire quali sono, e su cosa sarebbero fondati.

Sono fondati sul concedere – ancora una volta – credito alla ragionevolezza, in quanto vista come l’unica in grado di operare una semplificazione affrontando con qualche probabilità di evitarlo il rischio implicito in ogni semplificazione, cioè il rischio della banalizzazione. Banalizzazione che invece di offrire un qualche filo di Arianna per addentrarsi nella complessità offrirebbe solo l’opportunità di aggirarla.

E va bene, ma quali sono i criteri che adotti? O, qual è, visto che parli di semplificazione?

Fondamentalmente questo: delle vicende della storia umana di cui si ha una qualche testimonianza mi importa più di ogni altra cosa tutto quanto ha a che vedere con la violenza esercitata, in modo diretto o indiretto, dall’uomo sull’uomo. Violenza che può assumere mille aspetti, che andranno di volta in volta indagati (si dovrà cercare cioè di ricondurli alle loro matrici biologiche, storiche, culturali, ecc, e come tali giustificarli ‘spiegandoli’ nella loro genealogia), ma che rende secondarie queste indagini quando – ecco la vera semplificazione! – questa violenza ha avuto come conseguenza, ovviamente irreversibile, la morte procurata, direttamente o indirettamente, ai propri simili: a quel punto non vorrei più accettare alcuna spiegazione intesa come pura giustificazione a posteriori e vorrei ricorrere solo al giudizio… Che è giudizio di condanna senza appello! Per converso, uguale importanza viene ad assumere tutto quanto è stato messo in atto per evitare tale esito irreversibile. In questo criterio naturalmente, come puoi ben vedere, è implicito, anzi esplicito, un giudizio che a mio parere non può che essere etico e storico insieme, cioè storico in quanto etico, etico in quanto storico: male è ciò che ha avuto come soluzione dei rapporti umani e dei problemi che comportano la eliminazione di uomini da parte di altri uomini; bene è ciò che comunque si è adoperato per opporsi a tale soluzione.

Cioè lo storico, il ‘tuo’ storico, dovrebbe avere come criterio orientativo per stabilire una gerarchia di importanza tra i fatti storici ciò che, delle vicende umane, dei rapporti tra gli uomini, ha avuto come conseguenza la morte procurata – direttamente o indirettamente, ma consapevolmente giustificata e voluta – da uomini ad altri uomini e ciò che è stato tentato per evitarlo? E come mai questa sarebbe – per usare il tuo lessico – una ‘semplificazione’ che non rischia di tradursi in ‘banalizzazione’?

Il rischio non è eliminato, inutile nasconderselo, ma ci sono buone probabilità di evitarlo se si considera questo, non tanto l’unico criterio possibile (nessuno lo è mai), quanto sicuramente un criterio ‘forte’, che affronta di petto – dando una sua risposta invece di eluderla come fanno tanti criteri ‘deboli’ – la domanda:Cosa spinge l’uomo a interessarsi del proprio passato”. O anche:Perché ‘si fa storia’?

E la risposta – la ‘tua’ risposta – quale sarebbe?

Che ‘si fa storia’ per conoscere, ovviamente, ma conoscere per che cosa, a quale scopo? Alla base dei criteri storiografici che ho definito ‘deboli’ sta in genere il rifiuto di porsi questa domanda, considerandola fuorviante, ideologica, in una parola nemica della indispensabile oggettività, o scientificità, cui deve mirare lo storico coerente… In realtà proprio lo storico coerente, se davvero intende essere coerente, e coerente soprattutto con un uso della ragione non puramente strumentale (fine a se stesso, puramente autoreferenziale), sa per primo che l’oggettività, o la si persegue adottando determinati criteri che non possono che essere soggettivi, e quindi si prova a costruirla applicando coerentemente questi criteri una volta ‘giustificati’, oppure proprio i ‘criteri non scelti’, quali che siano, la faranno da padroni senza che lui se ne renda conto. Un criterio ‘forte’ invece, come dicevo, è quello che una risposta la dà, che non si rifugia in una impossibile neutralità pseudo-scientifica…
E la mia risposta è che l’uomo è spinto ad interessarsi del proprio passato per dare un qualche fondamento al proprio presente, anche se fosse solo per un riscontro, per così dire, estetico (ricostruire il passato per ‘godere’ nel presente degli scenari che se ne evocano)…

Ma questa è poco più di una ovvietà…

Come poco più di un’ovvietà è la constatazione che in realtà è poi il presente che – lo si voglia o no – getta luce sul passato. Per cui se non si radicalizza in qualche modo il discorso, il ‘fare storia’ ci troverà sempre impantanati in un circolo vizioso da cui non si vede come si possa uscire. In realtà, in assoluto dal circolo vizioso non si esce, ma – e questa è la mia posizione – si può in parte ovviarvi: proprio intanto non perdendo mai di vista il suo incombere, e poi, sulla base di questa consapevolezza, operare quella scelta radicale che non può che essere fatta – e quindi esserne condizionata – nel presente. Un presente a sua volta condizionato inevitabilmente dal passato, ma anche l’unica dimensione di cui si dispone veramente, l’unica esperienza (quella del presente) che è possibile veramente fare, e che è possibile fare perché si è viventi, perché si vive sempre e solo nel presente. Se non si vive non si fa alcuna esperienza…
Ecco perché porre il criterio della vita negata o salvaguardata mi è sembrato, se non l’unico criterio possibile, un criterio comunque in grado di rispettare quell’esigenza di radicalità, quella ‘semplificazione non banalizzante’, che è l’unica condizione per disporre di un filo di Arianna non del tutto gratuito, non del tutto autoreferenziale, col quale addentrarsi nel labirinto delle vicende storiche.

Quindi, se ho ben capito, la tua chiave di lettura delle vicende storiche ha questi caratteri (rilievo da dare alla violenza quando soprattutto si traduce nel togliere la vita… e uguale rilievo da dare a ciò che vi si oppone) in quanto consideri la vita vissuta – cioè l’unica esistente, non la vita virtuale – l’unico vero parametro, l’unica vera base su cui valutare l’operare umano.

Non l’unico, ma sicuramente il primo, quello mancando il quale tutto il resto diventa pleonastico, non esperibile. O la storia serve per capire prima di tutto come e perché a tanti individui – che potrebbero essere stati, e quindi sempre essere, ciascuno di noi – è stata tolta la possibilità di viverla in modo da studiare come poter evitare che ciò accada ancora, oppure ogni indicazione da cogliere e privilegiare in quanto orientata a permettere una sempre migliore qualità della vita (capire il passato, si diceva, per vivere comunque meglio il presente), perde qualsiasi vera efficacia… Anzi, diventa controproducente se serve per coprire, o addirittura legittimare, il sacrificio anche di uno solo (che potrebbe essere ognuno di noi). In altre parole, non ha alcun senso – nel presente come nel passato, ma il passato può servire proprio per vedere di non ripetere questo nonsenso nel presente – pensare alcunché per rendere più vivibile la condizione umana se non la si considera prima di tutto, intanto, come possibilità di essere vissuta. Alla lettera. E da tutti o da nessuno! Il vivere bene di contro al vivere male è perseguibile solo se si vive: ecco una possibile banalità da recuperare, invece, come ‘elementarità’.

E che ruolo avrebbero avuto le religioni in questo negare la vita?

Per rispondere è necessario che faccia una premessa, in qualche modo già introdotta in quanto affermato in precedenza. Sono convinto – come già affermato in precedenza… e sapendo con ciò di non dire certo niente di nuovo, ma ritenendo necessario oggi più che mai riattualizzare il discorso – che tutte le religioni, dalle più primitive alle più sofisticate, siano sorte per rispondere ad una esigenza dovuta ad una condizione umana contrassegnata dal bisogno. La più ovvia: l’esigenza di uscire dal bisogno e dalla sofferenza che procura, di conoscere chi o che cosa ci ha posto nel bisogno e quindi cercare lì la chiave per soddisfarlo; soprattutto per soddisfare il bisogno più urgente, anche se non il più immediato e perciò in genere (e per altre ragioni che dirò) rimosso: sconfiggere la morte, il ‘riassunto’, per la coscienza umana, di tutte le sofferenze. E se non esiste civiltà che si conosca che non si sia formata quasi integralmente basandosi su un qualche culto religioso, sarà bene perché non si è trovato altro modo di far fronte a questa esigenza, per cui si può sempre legittimamente supporre che nessuna civiltà sarebbe sorta – dalle più antiche alle contemporanee – se non si fosse assolto, per così dire, questo ‘dovere’ nei confronti della divinità. Comunque identificata e raffigurata.

Se non puoi negare questo, come puoi allora attribuire alle religioni le colpe di cui parlavi?

Per una ragione molto semplice, che può sconfinare, al solito, nel luogo comune, cioè nel talmente risaputo da non meritare quasi più nemmeno di essere richiamata: a tutt’oggi, e mentre tante civiltà si sono succedute facendo fare all’umanità progressi straordinari, in grado di ovviare in modi di volta in volta sempre più stupefacenti a una infinità di bisogni… non solo tutti i benefici procurati sono poi goduti veramente da una esigua minoranza… ma anche chi ne può godere – pur non intendendo certo rinunciarvi se non da parte di alcune frange estremiste – li trova, per mille segnali che diffonde, ancora del tutto inadeguati ad affrontare l’esigenza di uscire dal bisogno. Come è stato a più riprese – in modi diversi ma puntualmente ricorrenti – verificato, e lamentato, il soddisfacimento di un bisogno, reale come appagamento di ‘quel’ bisogno, quasi sempre ne ha fatto sorgere almeno un paio d’altri, altrettanto reali e impellenti come bisogni, innescando una reazione a catena – basata su un circolo vizioso – a tutt’oggi inattaccata. Anzi, decisamente accelerata…

Ma le religioni, gli insegnamenti che diffondono, non mettono proprio in guardia di fronte a questa illusorietà, non denunciano proprio la inadeguatezza di ogni espediente ‘umano’ qualora pretendesse di ovviare davvero alla condizione di bisogno che accompagna ogni essere vivente fin che vive?

Ecco il punto: ‘fin che vive’! Lasciando intendere, o dichiarando esplicitamente, che non è in questa vita che si può uscire dal bisogno, e che questa vita può solo essere spesa per prepararne un’altra da considerare l’unica vera…

Ma che intanto – quella vita da considerare come l’unica vera – si riflette su questa offrendole un obiettivo, un traguardo, che può solo renderla migliore, nel senso che la toglie, gli prospetta la possibilità di togliersi, da un destino di sofferenza destinata a cessare solo con la cessazione della vita stessa. Si può quindi appunto affermare che l’umanità, se non avesse potuto contare su questa dimensione che ne trascende i limiti, sia pure intesa anche solo come speranza se non proprio come fede, si sarebbe già autodistrutta da tempo. In ogni caso non avrebbe mai prodotto quegli sforzi per rendere l’esistenza di ognuno sempre migliore se, di fronte alle tante smentite della storia, non avesse comunque continuato a ritenere ciò possibile…

E invece è a questo punto che a mio modo di vedere ha preso, e continua a prendere forma, un micidiale circolo vizioso! Ciò che affermi reca in sé certamente una indiscussa verità, ed è certamente innegabile che tutto ciò che l’uomo ha messo in atto per rendere sempre più vivibile la propria esistenza ha conseguito un qualche successo quando ha provato a trascenderla, cioè a vederla al di là di una condizione dove bisogno e sofferenza sembrano ineliminabili… ma è quando ha ritenuto di poter far circolare concretamente, realmente, nel consorzio umano, nella veste di alcuni suoi rappresentanti autorizzati subito organizzatisi in casta, presunti ‘inviati’ da questo aldilà, e in grado quindi di raccontarne e garantirne le meraviglie… è stato quando si è accettato tutto questo che in realtà si è rinunciato a costruirsi questa prospettiva: è stato allora che si è ritenuto meno faticoso e più gratificante delegarla ai seguaci di qualche ‘visionario’, magari capace davvero per se stesso di visioni straordinarie, ma stoltamente considerato in grado di ‘vedere’ per tutti e per sempre.
E così l’aldilà, invece di porsi come orizzonte dell’uomo continuamente costruito dall’uomo con i propri mezzi, che non possono essere che quelli rinvenibili nell’aldiqua, si è impadronito dell’aldiqua, si è posto alla sue spalle, e dalle spalle dell’uomo ha propalato una luce che ha proiettato la sua ombra su uno schermo spacciato per il vero orizzonte che dovrebbe guidarlo, mentre altro non è che l’ombra dell’uomo, della sua condizione, ‘riscattata’ da una falsa luce. Considerata emanata dall’aldilà, da un orizzonte salvifico (quello prospettato dalle varie religioni, ma anche da tanto pensiero presunto laico guidato invece dalla stessa falsa luce, cioè da una razionalità a sua volta ‘divinizzata’), in realtà proveniente da un profondo che sta dentro ognuno di noi, dal buio di una psiche fonte di ogni terrore se abbandonata interamente a se stessa e quindi messa in grado di impadronirsi della ragione trasformandola – per esorcizzare la paura – in strumento con cui realizzare il desiderio. Cioè in strumento di potere non condizionato, di dominio assoluto: ecco in che senso si parla di ‘uso strumentale’ della ragione.

Esempi?

Quanti ne vuoi. Ma intanto – sempre per restare ancora sulle generali, e anzi per riprendere quello che in fondo è un portato della ragionevolezza, il solito luogo comune mai però frequentato, questo luogo comune, con la dovuta attenzione, senza rifiuti più o meno snobistici – ti chiedo retoricamente questo: quale realizzazione, tra quelle che hanno contribuito al progresso della umanità, non ha dovuto pagare un costo in vite umane che nessun progresso potrà mai risarcire (e fin qui siamo, appunto, in pieno luogo comune), dando però così vita ad una falsa coscienza cui sempre si ricorre per legittimare quei benefici dei quali si intende comunque godere e che invece proprio questa falsa coscienza, in quanto falsa, non rende possibile godere veramente? Cosa c’è di più ipocrita – e prima o poi vissuto nel profondo come tale e come tale rimosso, con tutte le conseguenze – del riconoscimento postumo che viene elargito alle cosiddette ‘vittime del progresso’, o comunque a quanti ‘si sono sacrificati per il Bene dell’Umanità’, i quali di questo riconoscimento postumo – loro, le vittime, non la nostra (falsa) coscienza! – non sanno ovviamente cosa farsene? E cosa tiene comunque sempre in piedi questa ipocrisia, al punto da legittimarla, non solo per la nostra (falsa) coscienza, ma addirittura per la (falsa, ma soprattutto ‘postuma’, e quindi inesistente) coscienza delle vittime? La tiene in piedi la consapevolezza, che viene ‘prestata’ loro, di ‘non essere morte invano’! Come se potessero, le vittime, essere interpellate circa la loro morte dopo la loro morte, sentire cosa pensano della loro morte, se sono contente di ‘non essere morte invano’! Certo, ci sono anche infinite testimonianze circa la consapevolezza e la volontarietà di tanti che ‘si sono sacrificati per’, ma quanti altri che invece non sapevano nemmeno per che cosa veramente venivano sacrificati sono stati accomunati a questi ‘volontari’?… Perché poi, in realtà, non lo sapevano nemmeno i volontari, se per sapere si intende conoscere e non solo desiderare, auspicare, sperare.

E come entrano le religioni, o quella che tu chiami mentalità religiosa, in tutto questo?

Ne sono, io credo, direttamente o indirettamente la vera causa. Quante vittime, non in grado di avere una men che vaga nozione dei benefici che sarebbero derivati dal loro sacrificio (penso per esempio ai milioni di morti nelle varie guerre che hanno quasi sempre costellato il sorgere, il consolidarsi e infine l'affermarsi delle varie civiltà… ma torneremo su questo) hanno però accettato – quando non costrette perché ricattate – il proprio sacrificio in nome di un risarcimento postumo che niente come le religioni ha saputo far ritenere possibile… oppure per contribuire ad un ‘Bene dell’Umanità’ che non può che reggersi sulla stessa convinzione? La prospettiva del risarcimento, proprio perché proiettata in un ‘oltre’ tutto da perseguire, tutto da identificare necessariamente nell’al di là di un presente da spendere interamente per perseguirlo (un qualche Eden riconquistato o una Umanità finalmente liberata, in parte se non del tutto, dal bisogno… e che per questo non potrà che esserci immensamente grata gratificandoci già nel presente col suo inevitabile ringraziamento futuro), rende plausibile accettare il sacrificio della vita anche se proprio questo sacrificio toglie ogni possibilità a chi si sacrifica di sperimentarne i benefici…
In realtà si finisce per cercare di toglierla, la vita, agli altri – ai ‘nemici’, a quanti magari si prospettano uno stesso risarcimento ma con connotati diversi, e quindi ritenuto da loro perseguibile in modo diverso – perché quando si ritiene necessario sacrificare la propria vita per un fine che la trascende, si ritiene altrettanto necessario, o comunque utile per tutti, sacrificare la vita altrui. Paradossalmente, ma non poi tanto, è proprio quando si ritiene giusto sacrificare la propria vita che si considera ‘a maggior ragione’ giusto sacrificare quella altrui: ogni ostacolo che si frappone tra noi e la salvezza deve essere tolto… e l’ostacolo maggiore è sempre l’altro, non certo noi che siamo disposti a sacrificarci per ottenerla!

Insomma, un altro bel circolo vizioso.

Va bene, ma allora non dobbiamo riconoscere a nessuno di quanti ci hanno preceduto (e di quanti verranno) un qualche merito per il loro sacrificio estremo che è diventato (che potrà diventare) beneficio per noi?

Del valore reale, tutto da verificare, di questo beneficio (paradossalmente: reale ma non realmente fruibile) ho già accennato, e il discorso sarà quanto prima da riprendere, ma intanto, per rispondere direttamente alla tua domanda, credo di dover anticipare questo: quando di mezzo c’è il sacrificio della vita, comunque motivato, non se ne potrà mai ricavare alcun vero beneficio! E meno che meno per eventuali posteri.

Neanche quando c’è chi ha sacrificato la propria vita per salvarne tante altre? Non merita costui, non solo un riconoscimento, ma anche che venga proposto come modello da imitare?

Hai toccato un punto cruciale, il vero nodo da sciogliere quando si adotta, per valutare le vicende storiche, quel criterio ‘forte’ di cui parlavo, cioè quello della negazione o della salvaguardia della vita.
Almeno da un certo momento storico in poi (diciamo dalla cosiddetta modernità, e sarà importante capire ‘come mai’, ma soprattutto ‘in che modo’), il ‘dare e richiedere morte’, quindi ritenere legittimo il sacrificio della vita, ha precisato, per così dire, sempre meglio le proprie ‘ragioni’, ritenendosi così (in realtà autoingannandosi) di non più usarle (le ragioni, la ragione) strumentalmente per legittimare una ferinità non più sopportabile da quell’animale razionale che è l’uomo. Ed è stato così che le istituzioni sulle quali si sono costituiti gli stati moderni, in altre parole il potere legittimato per delega (divina o umana, adesso non è questo il punto, ma poi sarà invece proprio questo della natura della delega un aspetto cruciale da considerare), ha sulla base di questa delega a sua volta legittimato, razionalizzato…
per esempio, la pena di morte, non più come diritto ‘naturale’ del potere in quanto tale, ma come modo per evitare, per prevenire con un deterrente la possibilità di altre morti fra i propri sudditi: insomma, come scelta razionale…
ma soprattutto lo stato moderno si è organizzato in macchina da guerra per mantenersi e potenziarsi – difendendosi o attaccando preventivamente chiunque intendesse minacciarlo dall’esterno nella sua natura di potere costituito come assoluto – per difendere una società razionalmente organizzata: come storicamente ogni società organizzata, razionalmente o meno, aveva sempre fatto, ma con l’intento, ora dichiarato, di difendere non solo la sopravvivenza, la sicurezza dello stato, ma questo come condizione per promuovere la possibilità di sviluppo di tutti indistintamente, dello stato come garante di ogni suo componente e non solo dei potenti. Ed è in questo contesto, in seguito a questa necessità dello stato moderno di essere il più possibile ‘assoluto’, non condizionato da altri che da se stesso, che si è teorizzata la necessità, e quindi la ‘giustizia’, del ‘dare e richiedere morte’ in nome della vita…
per cui non solo il sacrificio della vita altrui poteva essere considerato necessario, ma anche il sacrificio della propria vita – cosa sempre da mettere nel conto in caso di guerra – doveva essere considerato, più ancora che necessario, doveroso. Anzi, eroico!…
Ma tutto questo senza tenere veramente conto della nuova luce (i ‘lumi’) con cui si sarebbero dovuto guardare i rapporti umani: cioè ‘prima’ che l’eroe abbia veramente modo di chiedersi se davvero il suo eroismo, il suo sacrificio, sia finalizzato ad evitare altri sacrifici, perché questo eventuale dubbio lo paralizzerebbe, gli impedirebbe il gesto eroico. Per lui, per l’eroe, ‘ha già pensato’ lo Stato, per lui ‘ha già agito razionalmente’ lo Stato. A lui non resta che agire eroicamente, più o meno ancora come gli eroi della epopea omerica e di altre simili: per i quali ‘pensavano’, decidevano, gli dei.
Ed è qui che sta la vera questione sollevata dalla tua domanda: quando, in quale contesto, il sacrificio della propria vita diventa meritorio e quindi da ascrivere senza contraddizione a quanto viene operato per evitare la negazione della vita, e che, come rilievo storico, ho inteso mettere sullo stesso piano della negazione della vita essendone il necessario antidoto?

Già, in quale contesto? E non dimenticare quanto appena da te affermato: “Quando di mezzo c’è il sacrificio della vita, comunque motivato, non se ne potrà mai ricavare alcun beneficio!”

E lo ribadisco. Intanto il contesto in cui può diventare meritorio il sacrificio della propria vita (trovo ovviamente aberrante inserire nello stesso contesto il sacrificio della vita altrui, del tipo “ammazzarne uno per educarne cento”, e altre bestialità del genere) è quello in cui si ha la salvezza altrui come riscontro diretto. Ciò è stato in vari modi sostenuto, e non resta che ribadirlo: se la salvezza di qualsiasi individuo è ascrivibile alla salvaguardia di una entità astratta di cui l’individuo farebbe parte, cioè di una qualche istituzione la cui necessità è considerata tale da dovergli attribuire la preminenza sugli individui che la costituiscono, da elevarla a valore superiore come tale ad ogni individuo di cui è composta (in un elenco approssimativo: la Patria, la Famiglia, intesa come Clan, il Partito, la Religione, l’Etnia, ecc., ma anche altri cosiddetti ‘valori’ in qualche modo gerarchicamente anteposti, come valori, all’individuo, tipo Giustizia, Felicità, Democrazia, Benessere ecc.), niente legittima il sacrificio della vita. Perché se quelle istituzioni, quei valori, per rimanere tali devono richiedere il sacrificio irreversibile di chi li ha riconosciuti proprio in quanto in grado di salvaguardare la vita, significa che non funzionano proprio come istituzioni e come valori. A coloro cui si richiede di ‘dare la vita’ per la Patria, l’Etnia ecc., per la Libertà, la Giustizia, il Benessere ecc., occorrerebbe dimostrare senza ombra di dubbio che realmente la salvaguardia dell’Istituzione, o del Valore, come tali significa la salvaguardia di altre vite… ma la natura astratta dell’istituzione-valore può dare solo una garanzia astratta, cioè una non-garanzia per gli individui concreti. Per i quali può valere la pena sacrificare la vita, certamente, ma non in quanto appartenenti ad una stessa Patria, Partito, Etnia ecc., bensì in quanto individui nostri simili messi in pericolo di vita in circostanze non equivoche che solo chi si sacrifica ha diritto – ma quindi deve avere anche l’opportunità – di valutare.

Mi faresti allora qualche esempio concreto, visto che parli di concretezza?

Quanti ne vorrai, ma prima voglio concludere il mio ragionamento perché ancora non ho risposto alla tua domanda/obiezione.
Dunque, non va a vantaggio di nessuno dare la vita per un’astrazione, per un’‘idea’, (vale sempre l’aurea sentenza kantiana secondo la quale “l’uomo – e io integrerei con “ogni singolo uomo, ogni uomo storicamente esistente” – deve essere considerato sempre come fine e mai come mezzo”)… e solo se la salvezza della vita altrui è inequivocabilmente, direttamente e senza alternative, resa possibile dal sacrificio di una vita, questo sacrificio, questa morte, può essere considerata, unico caso, una ‘morte per la vita’ (Esempi? Uno qualsiasi – tratto non a caso dalla circostanza classica in cui ‘si gioca’ stoltamente con la vita e con la morte – dei tanti episodi, riportati nei resoconti di guerra non asserviti alla propaganda, che hanno visto protagonisti in genere soldati anonimi molto più consapevoli della priorità da dare alla vita che non delle ragioni per cui erano stati spediti ad ammazzare altri uomini altrettanto anonimi, i quali – rendendosi conto che in circostanze prive di alternativa solo un loro sacrificio estremo poteva costituire la salvezza di propri simili – hanno sacrificato, hanno scelto di sacrificare, la propria vita. O anche uno dei pochi esempi non rimasti anonimi, sia pure sfruttato a sua volta spesso per fini ancora di propaganda: il sacrificio del carabiniere Salvo D’Acquisto)… Ma questo in ogni caso non toglie che, come sostenevo, quando di mezzo c’è il sacrificio di una vita, comunque motivato, nessun beneficio se ne possa ricavare. Certo, negli esempi addotti i beneficiari ci sono stati, e beneficiati di un beneficio non barattabile con alcun altro, ma è la circostanza che è la spia di un male che non è rimediabile come tale col sacrificio di una vita… e che soprattutto non sarà mai rimediato se questo sacrificio verrà proposto come modello da imitare, come esempio supremo da esaltare proprio come modello simbolico! Anzi, finirebbe (è finito) inesorabilmente per costituire quell’alibi che ‘giustificherà’ (che ha ‘giustificato’) il perpetuarsi di tali circostanze, che promuoverà il formarsi di ‘eroi’ da utilizzare come tali in qualsiasi circostanza. Ecco perché è “beato – e così ribadisco quanto sostenuto col riprendere, per non ripetermi, un celebre aforisma – quel paese che non ha bisogno di eroi!”.
Ora, ancora una volta, cosa più delle religioni, dell’esigenza male affrontata che ne sta all’origine e che esse hanno assolutizzato e assolutizzano, ha contribuito a diffondere l’ossequio a queste astrazioni, la dipendenza da queste entità… certamente necessarie perché non venga soffocata l’esigenza di giustizia, libertà, felicità ecc. cui aspira ogni individuo… ma mai da anteporre agli individui che dovrebbero salvaguardare e promuovere, e che invece spesso vengono usati per salvaguardare e promuovere se stesse, cioè in realtà coloro che se ne sono arrogato la rappresentanza esclusiva? Se questo non è ‘oppio dei popoli’!…

Insisto: esempi?

Come dicevo – una volta addentratisi con quel filo d’Arianna che proponevo nel labirinto delle vicende umane – c’è solo l’imbarazzo della scelta. Vorrei però restare ancora pur sempre sulle generali, cioè esemplificare provando a ripercorrere anche solo per grandissime linee – applicando in modo puntuale questa prospettiva – un po’ tutta la storia delle civiltà, almeno a partire da quelle corredate di quei ‘racconti’ che ci consentono di tentarne una interpretazione. Si può prendere, come filo conduttore, la cultura/culto degli eroi, o la nozione stessa di eroe, perché l’eroe (non tanto la persona che lo incarna, ma, appunto, la cultura/culto degli eroi) è più che mai il simbolo/spia di tutto ciò che porta al disprezzo della vita proprio quando la si intende esaltare come ‘dono divino’, o comunque come sacralità.

Va bene, allora vediamo.

Si rifletta, per cominciare, su ciò: quale cultura, quale civiltà non si è retta, fin che si è retta, su questa figura di individuo – esperito, conosciuto, per altro solo nell’immaginario, cioè mitizzato come solo modo per renderlo ‘fruibile’ – che, col suo sacrificio, ha reso possibile l’affermarsi di una civiltà e dei benefici che tale civiltà comporterebbe?
Si può partire dall’eroe arcaico-classico, fondamentalmente un eroe guerriero… Ebbene, qui la qualifica di eroe non veniva certo attribuita a chi costituiva il grosso degli eserciti – vittoriosi, nei tempi lunghi (quelli che quasi sempre garantiscono il formarsi e il consolidarsi di una qualche civiltà) più che per le virtù militari, che potevano valere per la contingenza, per la possibilità di essere sempre reintegrati quantitativamente con continui innesti di carne da macello – e che moriva in battaglia nel più oscuro anonimato. Qui, eroe riconosciuto e fatto oggetto di culto (cioè esaltato per quanto di ‘non umano’, vale a dire di assimilabile alla divinità, rappresentava) era chi, poteva finire sì per morire in battaglia, ma non prima di aver sterminato un numero considerevole di nemici, destinati pure essi, come vittime, va da sé, all’anonimato. Quando poi l’eroe sopravviveva, la sua natura semi-divina lo delegava immediatamente ad esercitare un potere assoluto: cioè un potere di vita o di morte su tutti gli altri uomini. Questo è l’eroe nell’immaginario arcaico/classico.

Ma poi le cose sono cambiate.

Più nella forma che nella sostanza… e in fasi ricorrenti sempre più ravvicinate, nemmeno nella forma. E’ innegabile che, fondamentalmente con l’avvento del cristianesimo, si è cominciato ad attribuire una importanza del tutto nuova, e ovviamente scandalosa per il mondo classico, proprio agli umili, agli anonimi, e le cose sembrarono cambiare radicalmente, c’erano tutte le premesse culturali perché potessero cambiare radicalmente… Ma così non fu.
Non solo l’imporsi del cristianesimo, della civiltà cristiana, ha percorso le stesse tappe che avevano portato alla affermazione delle altre civiltà, cioè è stata resa possibile – dopo l’iniziale tributo di vittime (di martiri) sacrificate all’ordine esistente – attraverso una alleanza col potere (conteso, ma con gli stessi mezzi e gli stessi intenti, quindi con una alleanza di fatto, quando non di diritto, cioè in perfetta identificazione, tra potere religioso e potere politico) che ha significato, non poteva che significare, solo nuovi, ulteriori, sacrifici umani… ma anche una volta consolidatosi in una determinata area, il messaggio cristiano (un messaggio di amore e fratellanza fra tutti gli uomini, cioè quanto di più veramente razionale l’uomo abbia mai escogitato per salvaguardare e promuovere l’esistenza di ognuno) è stato per lungo tempo difeso all’interno di questa area, e poi ‘esportato’, senza troppi riguardi per quanti, per umili che fossero, non vi si riconoscevano, non se la sentivano di rinunciare al ‘salvagente’ che tutta una tradizione (la ‘loro’ religione) li aveva tenuti comunque a galla. Del resto, basta considerare, usando il già ricordato punto di vista (cioè il riconoscimento postumo, magari accompagnato dalla ‘santa ipocrisia’ di una richiesta di scuse), le tante esternazioni – chiaramente strumentali, fatte per ‘adeguarsi ai tempi’, al di là dei sinceri ripensamenti, e pentimenti, personali – del potere religioso in merito agli ‘errori del passato’ per rendersi conto del tradimento storico perpetrato ai danni di quegli umili che si dovevano salvare…
Ai quali non è restato – e continua a restare – che un solo luogo per riscattarsi veramente, per ‘salvarsi’: l’aldilà. E non è certamente scomparso il culto degli eroi, formalizzato, istituzionalizzato, nella versione cattolica del cristianesimo, in culto dei santi, cioè – pur con tutti i distinguo che schiere di agguerriti teologi si sono apprestati a sciorinare per adeguarli alla sensibilità cristiana – i soliti martiri, o modelli da imitare in quanto si sono ‘sacrificati per’. Ancora una volta, in tutti i casi, il vero architrave in grado di reggere tutta una cultura, tutta una civiltà, nonostante tutti gli sforzi per ‘salvare’ l’uomo reale, l’uomo storico, poggia le sue vere basi su un esercito di morti, nel senso che solo nella morte hanno potuto ritrovare, anzi, trovare finalmente, la Vera Vita. Per la quale non era per niente scandaloso, nonostante il ‘non uccidere’, dare la morte.

E al di fuori del mondo cristiano?

Al di fuori del mondo cristiano…
o continuavano inalterate a sopravvivere culture basate su rituali dove il sacrificio umano, diretto o indiretto, era la norma;
oppure, innestandosi sullo stesso ceppo originario del cristianesimo…
che a sua volta aveva le sue radici in un ebraismo che andava storicamente rivitalizzato, ‘umanizzato’ (e qui sta tutta la grande potenzialità storica del cristianesimo), ma che nello stesso tempo andava proiettato nella storia da forze fresche votate pur sempre alla trascendenza…
troviamo una civiltà islamica che entra subito in concorrenza con esso (e concorrenza cruenta, proprio per questa commistione, causa/effetto a sua volta forse della semplice contiguità geografica)… e dove – a dispetto anche qui di vecchi e nuovi teologi disperatamente impegnati a sostenere il contrario – la nozione di ‘guerra santa’ reggeva (e tuttora regge) in realtà tutto l’impianto pena la perdita totale della propria identità storica;
oppure giungevano dal lontano oriente echi di esperienze religiose, che si dimostreranno di grande interesse, indubbiamente, proprio per la centralità spesso da esse riconosciuta ad una condizione umana contrassegnata da una sofferenza da contrastare e sconfiggere non tanto nell’aldilà quanto nella storia, nel presente, nell’immanenza, ma che non sapevano, come non sapranno, certo evitare, anch’esse, per il proprio affermarsi… intanto la più cruenta delle contrapposizioni tra loro, in una esaltazione solo di poco modificata delle tradizionali lotte tribali… e dove i benefici eventuali di una qualche esperienza realmente alternativa, di una vita vissuta in una dimensione di grande esaltazione di certe potenzialità umane, restavano riservati a pochi e al prezzo dei sacrifici dei più: ritenuti, i più, inadeguati, ritenuti indegni, o degni tutt’al più, con l’acquiescenza e il sacrificio, di far risaltare attraverso i culti più alienanti, ritualizzati nei modi più meccanici, da veri e propri automi, il carisma di un qualche Illuminato (‘illuminato’ pur sempre da qualche forma di trascendenza) e degli appartenenti ad una casta superiore.

Ma poi, almeno nel mondo cosiddetto occidentale, c’è stata la modernità

Altro appuntamento mancato, altra buona partenza subito bloccata!
La cosiddetta modernità infatti, a dispetto di tanti suoi sforzi meritevoli, si trova tuttora impantanata nella più equivoca, e clamorosamente fallimentare, delle sue imprese: è cioè essa per prima orfana di una ‘uccisione di dio’ che (testimone, straordinario ma a sua volta ambiguo, Nietzsche) invece di liberarla l’ha solo terrorizzata, per cui in realtà, non solo questa ‘morte di dio’ non è mai avvenuta, ma ha operato come un boomerang micidiale aprendo di fatto le porte ad un ‘ritorno di dio’, ad una sudditanza nei confronti della divinità, tanto più devastante quanto più rimossa, sostituita in senso psicanalitico. E così con la modernità il sacrificio umano, invece che abrogato, è stato solo ‘laicizzato’. Il potere, tutto delegato allo stato, invece che umanizzato è stato ancora una volta divinizzato…
E anche quando si è ritenuto, per laicizzarlo, di considerarlo delegabile solo dal basso, l’anonimato, l’impotenza ancora una volta verso un potere trascendente, di questo ‘basso’ l’ha confinato in un destino di astrattezza pagato con nuove carneficine. Fino ad arrivare, con le guerre del ventesimo secolo, a veri e propri salassi umani in grado di vincere il confronto con le più catastrofiche calamità naturali riportate dalla storia. E anche qui – intasandone ulteriormente il già sovraffollato parco – sciorinando un campionario di eroi da fare invidia all’epopea omerica, o a tante altre ancora più arcaiche e cruente non a caso riesumate ed esaltate (si pensi solo alla riesumazione wagnerian-nazista dell’olimpo nordico in qualche modo ‘cristianizzato’)… Tutti eroi, ora, del Progresso (del progresso inteso come Sviluppo Indefinito, Illimitato, Inarrestabile ecc.), accomunando nel culto del nuovo dio, tanto le solite vittime sacrificali esaltate (omaggio alla Democrazia come valore astratto, come ‘idea’) proprio nel loro ‘sacro’ anonimato (il culto del milite ‘ignoto’ coi suoi terrificanti monumenti), quanto tutti coloro che hanno contribuito – eroi nel campo della ricerca scientifica e della sua ricaduta tecnologica anche se certamente al di là, e spesso contro, le loro intenzioni, o comunque contro lo statuto fondativo, che doveva essere razionale, della scienza moderna – a rendere più efficace, ‘moderna’ appunto, la carneficina. Fino alla progettazione e costruzione, con uno spreco di ingegno da far gridare vendetta ad ogni essere vivente, di armi in grado di distruggere l’intero pianeta, o comunque di far sparire l’uomo dalla faccia della terra.

E così siamo arrivati al presente. Cos’hai da dire in proposito?

Che siamo in un presente in cui il richiamo sempre più forte, il cortocircuito sempre più esiziale – ma sempre meno, proprio per la sua insostenibile intensità, preso in considerazione, cioè sempre più rimosso – tra salvezza e dannazione ha dato consistenza ad una sorta di schizofrenia per cui… alla necessità, sostenuta da tutti, della convivenza pacifica tra le varie religioni positive – mai come ora inopinatamente tornate ad occupare tutta la scena – come condizione indilazionabile per la convivenza pacifica tra gli uomini… fa da riscontro un incombente scontro di culture, di civiltà, che ha come propellente proprio le convinzioni ‘religiose’ di intere popolazioni. Sia che queste popolazioni si rifacciano alle religioni tradizionali, sia che inseguano i nuovi/vecchi miti nascosti, rientrati surrettiziamente, nella modernità. Scontro di civiltà il cui concretizzarsi ci si rifiuta scaramanticamente di credere possibile, mentre si fa di tutto per renderlo indilazionabile. Quando non auspicabile dai ricorrenti fanatismi. E mentre ci si impegna in tutti i modi per far emergere dalle varie tradizioni religiose i contenuti che predicano la convivenza pacifica, con altrettanto impegno si predicano e si praticano solo ‘valori’ che… o esaltano la insostituibilità della concorrenza, cioè del rapporto conflittuale… o reclamano l’esaltazione di una appartenenza da testimoniare e da difendere, se necessario, anche con la vita. Propria e altrui.
Per cui sempre più sono quanti reclamano la pace (anzi, tutti, quando esprimono un’esigenza tanto più razionale quanto più ragionevole), ma poi hanno sempre la meglio quanti intendono soddisfare questa esigenza ‘usando’, sacrificando, altri uomini (facendo prevalere così una ‘razionalità irragionevole’, cioè l’irrazionale)… magari rispolverando il decrepito – non a caso riportato sempre nella sua lingua antica originaria – “si vis pacem, para bellum”, che è forse il circolo vizioso storico più clamorosamente autolesionista, la ‘logica’ che continua ad alimentare una faida infinita. Per cui gli eroi non bastano mai: dal kamikaze imbottito di esplosivo che, saltando in aria, manda con un solo botto i nemici all’inferno e se stesso in paradiso, ai soldati che, inviati in ‘missione umanitaria’ per difendere Progresso e Civiltà, non possono certo arrestarsi di fronte all’eventualità di deplorevoli ma inevitabili, e quindi necessari, ‘effetti collaterali’. Oltre che di fronte alla eventualità della propria morte. Il tutto, naturalmente, per garantire la vita! Per difendere ‘da uomini’ – anzi, da ‘uomini veri’, come sono pur sempre considerati dalla retorica imperversante questi, spesso soggettivamente inconsapevoli, strumenti di morte – la vita!

Ho ascoltato in ‘religioso silenzio’ (concedimi la facile battuta) la tua trafelata corsa attraverso la storia, riconoscendola animata da sincera pietà per le tante vittime sulle quali si sono costruite le fortune, per altro discutibili proprio come ‘fortune’, di pochi… ma dopo ogni passaggio di questa tua carrellata mi si è stagliato davanti uno scenario molto diverso, per certi versi diametralmente opposto, a quello da te prospettato.
Perchè sì, non c’è dubbio, ogni passo avanti dell’umanità verso una sua qualche promozione ha sempre lasciato dietro di sé una scia tale di lutti (di sofferenze senza possibilità di riscatto) il cui riscontro non può che condizionarne negativamente, inquinarne, gli eventuali benefici… ma non ho potuto non vedervi ogni volta anche il consolidarsi di consapevolezze, di prese di coscienza, capaci, non solo di tenere viva una speranza di riscatto, ma in grado di offrire concrete possibilità di riscatto sempre più praticabili da un numero sempre maggiore di individui. Non certo ad opera, per merito – e qui sono completamente d’accordo con te: la tua ‘ossessione’, in questo caso, sarà sempre anche la mia – di quanti, come suol dirsi, hanno ‘fatto la storia’, cioè hanno piegato alla propria personale volontà le volontà ‘abdicate’ di tanti altri, sfruttando una delega che si sono presi, o perché graziosamente offerta dall’ignoranza dei più, o perché conquistata con l’inganno e la forza (di fatto esercitando una stessa violenza)… quanto invece attraverso il lavoro, oscuro ma non al punto da non venire riconosciuto e raccolto (cioè non solo utilizzato strumentalmente dal potere), di quanti si sono opposti a questa violenza, anche solo denunciandola, e che hanno reso possibile ciò che anche tu riconosci come la rappresentazione del ‘bene’ che ci può offrire la storia. Tanto per esemplificare, riferendomi al primo dei tuoi scenari evocati, quello relativo al mondo arcaico di cui testimoniano i poemi omerici, pensa solo a questo: è vero che vi si narra di una società cruenta dove i protagonisti, gli eroi, altro non sono che le punte emergenti di una civiltà basata sulla violenza, ma proprio i poemi omerici – come risulta da una lettura che se ne può sempre fare – testimoniano di quanto l’uomo sia in grado, proprio rappresentandole, interpretandole, ‘ripensandole creativamente’, di riscattare queste violenze facendone emergere una dimensione umana la cui vera realizzazione come dimensione umana, cioè veramente razionale, non sta certo nella violenza, ma in ciò che si può costruire, sperimentare e vivere, oltre la violenza, nella sua cessazione. Ecco allora – in questo quadro dove l’utopia non è fuga in avanti, ma realtà da costruire – la società raffigurata nello ‘scudo di Achille’, o l’Itaca riconquistata come luogo del ritorno vero a se stessi, come casa simbolica e nello stesso tempo realmente abitabile come luogo di pace, da Odisseo… E allo stesso modo poi via via in ogni momento in cui si possa fare riferimento ad una operosità umana, ad un ‘creatività’, in grado di realizzare veramente condizioni di esistenza finalmente non alienate. Ma ciò è possibile solo puntando proprio su questa creatività, comunque intesa, ma che in ogni caso non si può che intravedersi in un ‘oltre’, in un ‘aldilà’, meglio, in un ‘altrove’, che niente altro che le religioni (la coscienza religiosa, non certo il potere religioso) hanno saputo storicamente tener vivo, nel senso di farlo considerare possibile…

Farlo considerare possibile, sì, ma nello stesso tempo vanificandone ogni reale possibilità! Dando vita di fatto ad una corsa verso un traguardo che si allontana alla stessa velocità di chi intende raggiungerlo: per cui, è vero, possibilità di riscatto prospettate da quegli abitanti dell’altrove (che non è un aldilà, ma un aldiqua effettivamente sperimentabile e da qualcuno sperimentato, e quindi a modo suo vivibile e vissuto) cui ti riferivi si sono accumulate e rese più accessibili oltre che accessibili ai più (e questo è innegabilmente da mettere nel conto del bene che si può intravedere nella storia), ma prende sempre più consistenza un meccanismo perverso per cui un beneficio tanto più sembra godere della condizione per essere realmente, concretamente, fruibile e fruito, quanto più si mostra in realtà sempre più virtuale, nel senso che – e mi riferisco sempre a quelli che storicamente sono stati, e tuttora sono, i più, anche se in linea di principio potrebbe essere uno solo in quanto ognuno di noi – viene indirizzato, finalizzato, utilizzato, complice la mentalità religiosa, a riscattare una condizione umana, che, per come è inteso questo riscatto, non si avrà mai, sarà sempre, necessariamente, ‘di là da venire’. Se non si riuscirà a togliere dalla mente di tanti uomini (i più) l’illusorietà di una salvezza… inestinguibile come esigenza… ma che, invece di essere intesa come orizzonte da costruire ogni volta partendo dal presente di una condizione umana da non perdere mai di vista nella sua oggettiva insuperabilità, è vista come salvezza che si ritiene possibile solo oltrepassando (qui o in un aldilà, l’impatto psicologico non cambia) la condizione umana (che è umana, umana, umana, per ‘divina’ che la si ipotizzi)…
se non si libera la mente umana da questa illusione che fa rinunciare alla propria autonomia di esseri pensanti, dotati di coscienza e quindi razionali… e di una razionalità soprattutto che deve rendere consapevoli di una condizione umana gravata di una precarietà che richiede prima di ogni altra cosa di farvi fronte con e non contro i nostri simili… una precarietà di cui nessuno possiede in esclusiva il segreto della cura per una sorta di investitura ‘regalata’ dai più a qualche nostro simile…
se non si libera la mente umana da questa autoesclusione come individui dal proprio futuro, l’uomo rivolgerà sempre contro se stesso (contro altri ‘se stesso’) il disincanto, la rabbia, la disperazione tradotti in violenza per il non raggiungimento di tale salvezza.
E’ vero che quella stessa coscienza ci fa prospettare come possibile, e concretamente possibile, un processo di miglioramento della nostra condizione praticamente illimitato – e in questo è sempre riscontrabile in essa un connotato che si potrà anche chiamare ‘divino’, qualcosa che a suo modo legittima la nozione di trascendenza – ma, o questo processo lo si intende illimitato però entro limiti invalicabili, oppure ogni passo avanti compiuto in questa illusoria direzione ne farà fare contemporaneamente anche uno indietro… e tanto più rovinoso quanto più concreto, reale, ma di una realtà inesorabilmente inquinata dalla falsa luce che la rende visibile, sarà il passo avanti compiuto. Questo, non altro, è il vero senso di quell’Apocalisse ‘tecnologica’ da tanta cultura (da quella eternamente reazionaria, come è ovvio, ma anche da tanta filosofia a mio modo di vedere ancora troppo intrisa di teologia) paventata e denunciata senza però che se ne sia colta la vera causa, attribuita a tante forme di alienazione, certamente reali e riscontrabili, ma mai fatte risalire a quello che in genere viene considerato solo un epifenomeno, un prodotto di una alienazione ‘primaria’ (per esempio, in Marx, della alienazione del lavoro), e che invece a mio parere ha le sue radici più profonde, non ancora estirpate come tali, in quell’alienazione che ha sempre accompagnato, vanificandolo, ogni sforzo di emancipazione da una condizione umana che può davvero avvenire solo se non si pretende di trascendere la condizione umana.
Parlo, se non si fosse capito, dell’alienazione religiosa. Meglio, di ciò che ne è alla base.

E che, come vedo, è anche alla base della tua ossessione. Che tale, nonostante tutto, mi sembra essere ciò che alimenta la tua critica… non a caso via via sempre più enfatica. Sempre più sopra le righe.

E che anch’io posso accettare di considerare in qualche modo tale, cioè ossessione, a patto però che non mi si propongano alternative con la presunzione di esserne esenti…
La qual cosa, fino a quando non cesserà lo spettacolo di folle osannanti (per la verità, nell’era della globalizzazione mediatica, in crescita esponenziale) alla disperata rincorsa di sempre nuovi miti…
che siano campioni, veri o presunti, di spiritualità, da venerare, o leader politici da seguire ciecamente, o campioni in senso proprio, cioè sportivi, da esaltare, o ‘campioni’, anch’essi veri o presunti, di qualsiasi altra cosa, non fa alcuna differenza…
fino a quando cioè si proietterà la propria esigenza di promozione umana sempre al di fuori di sé in qualche ‘altro da sé’ promosso a figura carismatica, in qualche ‘maestro di vita e di pensiero’ in grado di dispensare pozioni magiche …
fino a quando, insomma, si baratterà la propria facoltà di ragionare con la delega ad altri di ragionare per noi…
alternative non ‘ossessive’ mi sembrano altamente improbabili.
Per cui siamo in molti a dover curare una qualche ossessione! Vorrei solo che queste altre ossessioni (c’è chi le chiama passioni, e anche a me piacerebbe chiamare così la mia, ma il termine è troppo compromesso con la tendenza imperante a ‘nobilitare’ tutto quanto puzza di irrazionale) fossero sottoposte allo stesso sforzo autocritico – fatto di una razionalità spero recuperata, ‘usata’ nei limiti entro i quali lo permette la condizione umana, di una razionalità cioè non alienata, e che mi piace definire come ragionevolezza – cui ho sottoposto la mia.

Enfasi a parte, rispetto il tuo sforzo autocritico… anche se mi sembra più che compromesso da un sospetto (e per la verità più che un sospetto) di circolo vizioso. Di quel circolo vizioso che tu per altro chiami continuamente in causa senza però che mi risulti chiaro cosa veramente significhi per te.

Ed è proprio quanto mi ripromettevo di affrontare come integrazione necessaria, in grado in qualche modo di offrire una prospettiva la più ampia possibile in cui inserire il mio discorso… pur sempre – adesso sono io ad azzardare il termine, e proprio nella sua accezione ‘tecnicamente’ filosofica – solipsistico. Però, intanto, propongo un’ultima pausa.

Concessa.

 

 

 

 

Circoli viziosi e Circolo Vizioso

Dunque, dopo tanto parlarne, dopo averlo chiamato in causa si può dire ad ogni passaggio del tuo argomentare, tu stesso convenivi che è giunto il momento di chiarire cosa intendi per ‘circolo vizioso’.

Sì, e parlavo in proposito di filosofia, di prospettiva filosofica, intesa come tentativo di sistemare tutto su uno sfondo in qualche modo non più rimandabile ad ulteriori ‘sfondi’, in grado cioè di delimitare l’orizzonte oltre il quale lo sguardo, il ‘mio’ sguardo, si perderebbe nel nulla, non sarebbe più in grado di ‘vedere’ altro che il nulla… necessitato quindi a ripiegare su se stesso. Col rischio sempre ricorrente di non rendersi conto di questo ripiegamento e scambiarlo per un nuovo orizzonte. Più ampio, più comprensivo. Col rischio soprattutto – e questo per me, come capirai, è ciò che più conta – di perdersi in una trascendenza che – sempre a mio modo di vedere, di sentire – si presenta come il tutto mentre per noi altro non è che il nulla. Ed essere coscienti del Circolo Vizioso entro cui si snoda l’attività della coscienza (Circolo Vizioso: contrassegnato con le iniziali maiuscole quando lo si vuole intendere nella sua irriducibilità, considerare nel momento in cui diventa causa intrasferibile e distinguerlo così dai circoli viziosi comprensibili come tali solo se ricondotti alla loro Causa Prima) è il solo modo per cercare di evitare questo rischio.

E questo, se ho capito bene, sarebbe il tuo modo di ‘fare filosofia’.

Hai capito bene… anche se preferisco definire questo atteggiamento come ‘tentativo di immettermi nella prospettiva filosofica’. Sia sfruttando quanto sono stato in grado di cogliere dalla tradizione filosofica come utile per le mie esigenze conoscitive confrontandomi con essa, sia provandomi ad elaborare – una volta scrollatomi di dosso (anche qui come per la teologia… ma in fondo si tratta della stessa cosa) vari complessi di inferiorità – una ‘mia’ filosofia.

Nientemeno! E naturalmente – ormai l’ho capito – considerando che comunque, secondo te, l’ultima parola su tutto (figuriamoci se poi si parla di filosofia) la tiri fuori da te stesso, al riparo pur sempre dagli infiniti influssi che giungono da fuori ricoprendoti con l’abito che ti sei cucito addosso…
Non vorrei però che, in questo modo, ci si allontanasse troppo dal discorso sulle religioni, cioè dalla vera occasione che ha fatto iniziare questa specie di dialogo.

No, anzi! Come già ti anticipavo, considero quanto ti proporrò come il tassello definitivo, quello che dovrebbe far percepire come un tutto compatto (definitivo in questo senso, non certo in assoluto) il mio discorso sulle religioni. Che è di per sé un discorso ‘filosofico’… anzi il discorso filosofico per eccellenza in quanto chiama in causa il senso ultimo che si cerca di dare all’esistenza. Esigenza – questa del senso da dare all’esistenza, propria e di tutti – che, comunque la si consideri, ha sempre mosso, e non può che continuare a muovere, la storia umana, quale che sia stato, e quale che sia, il modo di fronteggiarla.

Ti ascolto.

Però ti chiedo un particolare tipo di ascolto, adeguato al tono un po’ accademico, da saggio, che necessariamente dovrò prendere, al linguaggio un po’ specialistico, che dovrò adottare… proprio perché, pur perseguendo testardamente tutta l’autonomia di giudizio di cui sono capace, è alla tradizione filosofica che dovrò fare riferimento, è al linguaggio che ha strutturato, e continua a strutturare, questa tradizione che dovrò ricorrere. E non so, tra l’altro (è lo scotto aggiuntivo che deve pagare chi vuol stare con un piede dentro e uno fuori), se riuscirò a farlo con quel minimo di padronanza concettuale indispensabile per non renderlo troppo casuale e gratuito…

Ne ho già ascoltate fin troppe di queste tue scuse preventive, chiaro segnale di insicurezza, per non dire di mala fede! O pensi di avere qualcosa da dire, da comunicare, e lo fai con i mezzi che, come avviene per chiunque, ti trovi a disposizione, oppure te ne stai zitto. Ti ascolterò come sarò in grado di farlo, interrompendoti per chiedere spiegazioni o per esprimere pareri quando riterrò necessario farlo. In quanto alla tradizione filosofica, sappi che non ne sono digiuno al punto da dovermene continuamente informare… Quindi comincia senza altri preamboli e, soprattutto, senza altre ‘scuse non richieste’. Almeno non da me.

Concedimi solo un’ultima breve premessa, più che altro una esposizione del tema che affronterò per dare conto di ciò che intendo quando parlo di circolo vizioso. Parlerò (tratterò) di un intreccio tra conoscenza, vita e meta-conoscenza considerato, prima come archetipo esistenziale, poi come storia conflittuale, e infine, e soprattutto, come attualità schizofrenica. Ripercorrendo essenzialmente alcune tracce lasciate da Schopenhauer. E con una proposta conclusiva.

E ‘tratta’, dunque.

Domanda: se ‘si guarda’ la cosiddetta realtà (il mondo, interiore ed esteriore) con l’intento di conoscerla per valutarla, per interpretarla, e ci chiediamo al tempo stesso il perché di tale progetto, quale risposta possiamo dare? Tu, che risposta daresti?

Sono qui per ascoltare, ed eventualmente per intervenire in modo critico o per chiedere chiarimenti, non per essere interrogato.

A me sembra che una risposta, fra le tante, si imponga, perché sembra proprio essere la prima e l’ultima della risposte possibili, la più ovvia e nello stesso tempo la più imperscrutabile, cioè quella conclusiva, che le racchiude tutte nella sua dinamica circolarità.

E quale sarebbe?

Questo progetto lo vuole la vita! E’ un progetto suo, iscritto in una vicenda biologica che vede l’uomo animale dotato di coscienza (‘animale razionale’, secondo la classica definizione di Aristotele).

Fine del discorso!

Solo l’inizio, naturalmente. Intanto, se si prescinde (se si prova a prescindere) da tale considerazione e ci si sofferma a descrivere cosa è dato ‘vedere’ in prima istanza come percezione di dati utilizzabili dal progetto, cosa ‘registriamo’?

E’ proprio necessaria questa sorta di messa tra parentesi della tesi di fondo da te appena enunciata?

E’ decisiva, e spero di riuscire a spiegartene la ragione.

Dunque, se si cerca di puramente descrivere, di ‘registrare’, ciò che ‘si vede’, a cosa ci troviamo di fronte? E’ inevitabile: ad una miriade di scenari mobili, costituiti da parti in continua composizione/scomposizione, la ragion d’essere dei quali in ogni caso non può che attribuirsi alla natura dell’occhio che ‘guarda’. Alla sua anatomia e fisiologia. Per cui ciò che di fatto si vede è e sarà sempre, ciò che l’occhio umano permette/costringe di vedere…

L’‘occhio umano’, cioè ciò che chiamiamo ‘ io’… ciò che Schopenhauer definiva come “l’occhio che tutto vede e da nessuno è visto”?

Proprio così, cioè proprio – per citare appunto Schopenhauer – il mondo come “nostra rappresentazione”.

Ma che rappresentazione è? Possiamo ritenere di poterla definire, cioè rappresentare a noi stessi, procedendo allo studio della anatomia e della fisiologia di questo occhio costituito dall’io?

Immagino che la risposta sia no.

Infatti. Tale studio (in genere riservato alla scienza, in particolare alle neuroscienze) si renderà certamente necessario per ragioni, che – nell’ipotesi migliore – potrebbero essere soprattutto terapeutiche, cioè per cercare, attraverso la conoscenza e la descrizione di certi meccanismi/chimismi propri di questo occhio da rintracciare relativamente alla sua natura fisica, di mantenerlo nei limiti del possibile operante nelle migliori condizioni… ma anche – nell’ipotesi peggiore – per modificarlo al fine di manipolarlo…
In ogni caso però nessuno studio sarà mai in grado di porre veramente questo occhio nella condizione di dirci, di farci vedere, cioè di farci conoscere… non solo perché ci fa vedere ciò che ci fa vedere… ma in realtà – e soprattutto – nemmeno come, dal momento che ci si dovrà sempre rimettere al ‘risultato’ del suo operare.

Perché?

Perché anche le eventuali ‘modifiche’ saranno possibili e valutabili solo utilizzando le facoltà di questo occhio… perché sarà possibile ciò che lui, e niente altro che lui, impone/concede che si possa manipolare in base alla conoscenza che lui ci permetterà/imporrà di averne.
Ma proviamo pur sempre – anche dopo quanto appena considerato – a rimetterci alla pura percezione di ciò che accade fuori… ma poi soprattutto di ciò che accade dentro, cioè nel luogo dove viene elaborato e formalizzato per noi quanto accade e ci giunge da fuori e da dentro. In questo caso, a cosa ci troviamo di fronte? A cosa ‘sembra’ ci si trovi di fronte?

Presumendo di averti seguito nell’impostazione del tuo argomentare, provo a rispondere. Ci troviamo di fronte ad un turbinìo di proposte dove niente è affidabile, cioè rinvenibile a comando sempre con la stessa identità, in quanto niente è fermo, niente è stabile, niente è duraturo…

Esatto. E per quale ragione?

In qualche modo per la stessa ragione che hai chiamato in causa inizialmente: perché ogni rappresentazione del mondo è integralmente un prodotto di una attività, di un movimento, che non possono che essere una attività e un movimento continui, incessanti, come non può che essere tutto ciò che è proprio della vita, pena il suo negarsi come vita qualora il movimento si arrestasse, qualora la vicenda biologica, la parabola biologica – come la chiami tu – concludesse la sua traiettoria.

Perfettamente.
E però…

Che ci volesse un ‘però’ stavo per dirlo io, altrimenti – come mi è venuto spontaneo dire già in un primo momento – il discorso, se iniziato in questo modo, dovrebbe essere considerato chiuso subito dopo averlo iniziato.
Quindi, però…

Però questo movimento – che è sempre contemporaneamente una manifestazione della vita in atto e un correre, un agitarsi, che inesorabilmente porterà al suo dissolvimento, al suo arresto definitivo – se si vuole che permetta al nostro (e suo, della vita) occhio di vedere comunque qualcosa, di dar forma a scenari identificabili perché in qualche modo definibili, esperibili secondo le esigenze conoscitive dell’io, deve in una certa misura essere bloccato, arrestato. ‘Ucciso’.

Ucciso da chi? E perché?

Ucciso dalla speculazione. Il pensiero inteso come speculazione, cioè inteso per l’uso che se ne fa per chiederci il come e il perché di ciò che ci accade intorno e dentro – e che fa parte, è un carattere specifico costitutivo di quell’aggregato di materia in movimento che è l’organismo umano e di cui l’‘occhio’ (la coscienza, l’io, o comunque si voglia chiamare la facoltà di pensare) è una componente – per poter esercitare la sua funzione deve, sia pure dall’interno della vita, sia pure come sua manifestazione, in qualche modo arrestarla. O meglio, rappresentarsene l’arresto. Quasi operare una falsificazione all’interno di ciò che per altro, in quanto rappresentazione, si presenta a noi (a quell’io che ci permette/obbliga di dire io, di dire noi) già di per sé come illusionistico. Non si sfugge a questa che potrebbe anche essere vista come una condanna…

Che sicuramente da Schopenhauer era vista come una condanna.

In ogni caso – condanna o no – per avere di fronte uno scenario sufficientemente identificabile e tale da rispondere a quella esigenza vitale che impone alla coscienza di attivarsi (un altro modo per dire “permettere al pensiero di pensare”) lo stesso impulso vitale deve concedersi (concederci) l’illusione che ogni cosa (e prima di tutto l’impulso vitale stesso) la si possa guardare dal di fuori. La si possa separare da noi stessi, proiettarla su uno schermo, concedendo nel contempo che tale schermo lo si possa modellare a nostro piacere. Non un vero e proprio arresto, quindi, del flusso vitale e della sequela di immagini, della fantasmagoria, che ne deriva (il vero arresto sarebbe – sarà – la morte), ma una sorta di concessione di sé della vita che, per essere da noi, dalla nostra coscienza, accettata come ‘conosciuta’ (vista e interpretata per qualsiasi esigenza della vita stessa al fine di affermarsi come tale) rende possibile estrapolare un’immagine della realtà, costruirne una copia, in modo da poterla indagare e analizzare come fosse un oggetto esterno/estraneo alla vita stessa.

Sentendoti dire questo, mi viene da immaginare il processo conoscitivo come qualcosa che assomiglia sorprendentemente a ciò che accade quando assistiamo ad una proiezione cinematografica. La cosiddetta realtà si può offrire a noi, alla nostra ‘vista’, come riprodotta su uno schermo sul quale assistiamo ad immagini in movimento che, proprio perché ‘rubate’ alla cosiddetta realtà, danno l’illusione di averla di fronte senza filtri deformanti, senza proprio quello schermo che invece, per mezzo di un nostro artifizio, ce la mostra solo di riflesso.

Ottima metafora! ‘Di riflesso’, hai detto non a caso, come è proprio di ogni riflessione. Di ogni speculazione: etimologicamente, di ogni ‘vedere allo specchio’. In uno specchio che non potrà che ‘riflettere’ (riproporre, riprodurre) chi lo guarda..

O anche – per riprendere l’allegoria forse più celebre proposta dal pensiero greco – come ciò che avviene guardando la parete di fondo della ‘caverna’ platonica, al di là della lettura che ne fa Platone e delle conclusioni che ne trae. Qui la ‘realtà’ che si ha di fronte non è che il ‘riflesso’ di una realtà che è così com’è perché la vediamo così come la possiamo vedere, mentre, se la si indaga, si scopre invece che arriva ‘da altrove’… Ma proprio il riferimento al cosiddetto ‘mito della caverna’ platonico pone una questione: in che conto dobbiamo tenere queste immagini?

Questa non è ‘una’ questione, bensì ‘la’ questione!
Che si può riproporre sviluppata in tutte le sue implicazioni in questo modo: cosa cambia per noi se orientiamo la riflessione a prendere queste immagini ‘così come sono’ senza pretendere di conoscere, circa il loro formarsi, niente più che il funzionamento di meccanismi che si potranno solo descrivere, mai conoscere nella loro vera origine e natura, e quindi necessità, finalità… se in sostanza ci concentriamo solo su ‘ciò che appare’ perché in definitiva è comunque, per noi, ‘ciò che è’…
o se invece – proprio perché siamo costretti prima o poi, di fronte alla loro aleatorietà, a ritenere che queste immagini sono aleatorie perché ‘noi’ siamo ‘aleatori’ – ci concentriamo su questo ‘noi’, su questo ‘essere per noi’ e cerchiamo di indagare, non tanto come si formano in noi, ma cosa un fatto del genere può, o deve, per noi significare?

Perché questa alternativa?

Perché ne deriva la gran parte di un fondamentale quesito esistenziale quando riflettiamo sul dove e sul come ‘costruire’ le nostre conoscenze e quindi sul valore da attribuirvi, verso cosa indirizzarle, e a quale scopo. Il quesito è: si tratta – riferendosi al primo corno del dilemma – di una accettazione di una forza maggiore che ci obbligherà sempre ad essere in sua balìa soffrendone la imposizione, rassegnandoci a un destino che pensiamo in questo modo, se non di assecondare, almeno di non contrastare vanamente, ma che in realtà finiamo per assecondare senza alcuna resistenza, abdicando ad ogni autonomia, ad ogni cosiddetta libertà…
o è invece il secondo atteggiamento che ci condanna ad una continua, inutile, dolorosa perché inutile, sicuramente vana, serie di contorcimenti su noi stessi dai quali può solo uscire una nausea invincibile?

Non male come alternativa! Sostanzialmente un’alternativa tra due condanne…

Eppure a non vederle così, come ‘condanne’, potrebbe comportare – a mio parere hanno spesso comportato e al presente comportano sempre più – una condanna ben maggiore!

Spiegati. Spiegamelo.

Partiamo da questa considerazione: se ci rivolgiamo alla vita, o meglio se ascoltiamo la risposta che ci viene dalla vita (dal momento che è sempre la vita che fa da sfondo certo, da causa intrasferibile, a tutti gli scenari che ci si prospettano, compresa l’esigenza di indagarli) quando cerchiamo in essa lumi che ci aiutino ad indirizzare le nostre conoscenze verso ciò che ci sarà ‘più utile’, a cosa ci troviamo di fronte? Quale risposta dobbiamo aspettarci?

Quando fai questo riferimento alla vita, nel modo in cui lo fai tu, la prima risposta che mi viene in mente, al solito, è che non avremo mai una risposta.

E così è. Infatti la risposta che ci viene ‘realisticamente’ dalla vita quando ci si interroga sul come orientare le nostre conoscenze onde sfruttarle al meglio, sembra proprio una risposta improntata alla più profonda indifferenza. Per la precisione: ad un coinvolgimento talmente sollecito e sensibile a qualsiasi opzione da togliere ogni possibilità di stabilire una qualsiasi priorità, una qualsiasi gerarchia, tra le varie opzioni. In quanto tutte vitali. In quanto tutte mortali. Alla vita, ogni scelta che venga fatta al suo interno (e ‘fuori’ non sembra proprio possibile… o forse sì, ma proveremo a vedere a che condizioni) serve comunque, le diventa subito consustanziale, è metabolizzata senza residui. La rappresentano comunque. Quindi è inutile, è senza esito, mettersi in ascolto, in attesa, di una indicazione significativa da parte di una vita che, o c’è… e allora tutto macina, tutto ingloba, tutto informa e ‘legittima’… o non c’è… e allora tutto si azzera, tutto si annulla… ma che, fin che c’è, risponde solo a se stessa, si risolve tutta nella sua fatale necessità.

Quindi, puntare ad usare la riflessione per cercare di conoscere ciò che comunque è e sarà sempre un riflesso, una immagine che uscirà sempre da noi e tornerà a noi per come noi l’abbiamo prodotta e proiettata…
anche se non terremo conto di questo, questo ritroveremo.

Questo ritroveremo, e così vedremo frustrata in partenza ogni velleità di conoscenza ‘oggettiva’, tale cioè da potercene servire al di là di un ‘utile’ che per altro si dimostrerà sempre più relativo – quindi non si sa quanto veramente utile – quanto più si cercherà (esigenza inevitabile, resa inevitabile dalla vita per affermare se stessa) di renderlo ‘più utile’.

Ma, puntare a ‘non darla vinta’ alla pretesa di questa fantasmagoria di rappresentare l’unica realtà che, piaccia o non piaccia, è a nostra disposizione, sembra pur sempre inevitabile… e proprio perché ‘richiesto’ dalla vita stessa.

Verissimo. Ma cosa questo ha comportato (e può comportare)?

Dimmelo tu.

Storicamente, l’esito migliore (migliore più che altro per la sofferta coerenza che dimostra, oltre che per lo straordinario ‘ritorno’ letterario provocato) è stata l’elaborazione di un ‘pensiero tragico’ vissuto come una sorta di resistenza epica, eroica, sublime… che certamente non è poco, anzi, può essere tutto… ma un tutto che sarà tale solo se sarà ciò che è più prossimo al nulla. Sarà – avrà come archetipo – il sublime della tragedia, che è l’esaltazione della vita attraverso la sua negazione. Attraverso la morte.

Quindi, per quanti sforzi si facciano per almeno identificare l’‘operatore’ che proietta le immagini dalla sua cabina di proiezione, questo operatore assumerà sempre le sembianze dell’io, si presenterà cioè sempre come il mandante di se stesso?

In ogni caso rivendicherà sempre a se stesso la conoscenza del mistero che avvolge il mandante… senza però poterlo mai svelare! Se non autoingannandosi. Se non alienando sé in qualcosa di ‘altro da sé’. Se non ingannandoci.
La vita lascerà sempre indagare ciò che offre, ciò che comporta… anzi, esigerà che prima o poi lo si faccia… e indicherà in aggiunta, subdolamente, presentandocela come esigenza delle esigenze, cioè come necessità più alta, più nobile, una strada che quasi subito si rivelerà senza sbocco, ma con tutti i crismi della Strada Maestra, del percorso irrinunciabile se si vuole governare veramente il proprio viaggio…
salvo poi esigere – sempre lei, la vita – che per poter anche solo stare in piedi e camminare si abbia bisogno di tutto meno del seguire questa presunta strada maestra. Esperienza comunque – questa del bisogno, della necessità – decisiva, strutturale, sicuramente originaria e presumibilmente conclusiva in quanto prima, inesorabile, inevitabile, esperienza di vita e presumibilmente ultima, di tutti. Si ha bisogno di tutto e di tutti quando si nasce… si cerca l’aiuto di tutto e di tutti quando la vita si divincola dalla nostra stretta per lasciarci.

E quale sarebbe questa ‘esigenza delle esigenze’

E’ l’esigenza di una riflessione radicale, quella che ha dato vita (come fu chiamata in seguito a certi suoi modi di manifestarsi e di esprimersi) anche alla Filosofia… ma che, come riflessione radicale originaria, pre-filosofica, si presenta come ricerca di ciò che ‘sta dietro’ a tutti questi scenari. Di ciò che potrebbe vedere questo io ‘al di là’ del vedere sempre e solo se stesso e le proprie emanazioni. E per che cosa tutto questo? Per dare un ‘senso’, cioè una indicazione di rotta, al viaggio costituito dalla parabola biologica: obbligata come parabola, ma che si può percorrere identificando e inseguendo scenari sempre diversi. Si tratta della ricerca – se in qualche modo vogliamo definirla, darle un nome – di una meta-conoscenza… che sarà tanto più ostinata quanto più desolantemente velleitaria e che ha dato origine, è stata l’esigenza che ha dato origine – una volta che la vita stessa ha imposto, per imporsi, di non considerarla come esigenza destinata a rimanere tale, ma di soddisfarla – alle varie religioni. E poi alla scienza nel momento in cui venisse intesa e praticata, come spesso è intesa e praticata (vissuta), come religione. E alla filosofia stessa spesso intesa e praticata (vissuta) come religione.

Meta-conoscenza’ quindi come conoscenza impossibile, e quindi da combattere, da estirpare, perché creatrice solo di illusioni?

Sì e no. Vediamo, intanto, di analizzarla nelle sue conseguenze. Nella ‘storia’ delle sue conseguenze… Perché questa ricerca della Strada Maestra, comunque impostata e condotta, ha avuto, e continua ad avere, una sua storia. E non una storia qualsiasi, ma una storia che potrebbe configurarsi come, né più né meno, la storia dell’umanità. Quanto meno della cosiddetta civiltà
Perché è stato da qui, ad opera di chi comunque ha provato a seguire il miraggio della Strada Maestra (quale sia stato, e quale sia, il modo di identificarla e percorrerla) che sono scaturiti – intrecciati in modo inscindibile – sia la maggior parte degli sforzi per promuovere la vita, sia gli attacchi più violenti, più autolesionisti, portati sempre alla vita. Disegnandone e segnandone inesorabilmente lo svolgersi.

E dove si dovrebbe rintracciare la causa – ammesso che così stiano le cose – di questa contraddizione?O meglio: la causa/effetto di questa contraddizione?

Vedo che cominci a familiarizzare con i circoli viziosi: che sono un dinamico, continuo, scambio/indistinzione tra causa ed effetto… il quale diventa inevitabile quando non si tratta di un scambio indebito, di un semplice disguido logico-linguistico come tale correggibile, ma quando riflette la condizione esistenziale. Quando rimanda alla condizione umana.
E’ stato in ogni caso nell’inseguire il miraggio della Strada Maestra che si è ritenuto di poter superare la vita, di poter ipotizzare una sua permanenza in qualche modo oltre se stessa la cui identificazione avrebbe permesso di squarciare tutti i veli, di oltrepassare tutti gli schermi, che ci occultano il vero Operatore. Denotato in vari modi, ma tutti riassumibili e aggregabili intorno a due poli: Dio e Natura (con Teologia e Scienza come rispettivi strumenti di conoscenza), considerati spesso in contrapposizione l’uno con l’altro, ma in realtà solo fratelli/rivali quando entrambi hanno svolto la funzione di Causa Prima da cui (in modi anche qui spesso considerati in contrapposizione) si ritenne possibile ricavare quella Conoscenza (meta-conoscenza) il cui ‘possesso’ avrebbe permesso di ‘possedere la vita’.
E sai con quale prima, inevitabile, straordinaria e nello stesso tempo tremenda, conseguenza?

Vediamo se ho afferrato il bandolo del tuo discorso. Con la conseguenza, così facendo, di decretare la trasformazione di ciò che sta sotto gli occhi di tutti come fine della vita, come morte, in una sorta di suo superamento che ha reso legittimo considerare ciò che sta sotto gli occhi di tutti come morte un epilogo solo apparente. In senso letterale o metaforico che sia.

Proprio così. E con quale ulteriore conseguenza?

Anche alla luce di quanto è stato già detto (che tu hai già detto) in vari passaggi di questo dialogo, con la conseguenza di rendere legittimo procurare la morte qualora si ritenesse ciò necessario per agevolare l’accesso al suo superamento, comunque inteso…

Da cui la morte, la fine della vita, come sacrificio, come ‘morte per la vita’! Dimensione – questa della morte biologica come condizione in qualche modo indispensabile per il superamento della morte biologica, cioè come accesso ad una Vita Vera – che non solo è la struttura portante di ogni religione sorta nel disperato tentativo di giungere alla Vera Conoscenza, ma che è l’esito più nefasto (in prospettiva apocalittico) del circolo vizioso non riconosciuto in cui si dibatte la coscienza.
E in questa ‘nuova’ prospettiva (nata in realtà con la facoltà stessa dell’uomo di riflettere riflettendosi nella propria riflessione, quindi ‘vecchia’ almeno quanto la comparsa nel genere umano di una coscienza) la insuperabile aleatorietà di tutte le raffigurazioni che si susseguono davanti agli occhi della nostra mente, la inarrestabile caducità, il continuo franare su se stessi di tutti gli scenari allestiti per rappresentare il mondo a noi stessi, furono – in quel tempo in cui ebbe inizio ‘il tempo dell’uomo’ – tolti (si credette di toglierli) dalla loro precarietà. Ci si rifiutò di vedere svanire ogni per altro necessaria ‘visione del mondo’ (quale che fosse quella deputata a contrassegnare il susseguirsi delle varie civiltà), e si provò a fissarla su uno sfondo considerato tanto più stabile e solido quanto più di natura diametralmente opposta a quella materia di cui è impastata la vita… dalla quale pertanto la vita – la Vita, quella Vera – doveva essere separata, liberata e riplasmata con tutt’altra ‘materia’: la sostanza spirituale. Che non conosce decadenza, che non è soggetta al divenire, che resta eternamente se stessa, e che quindi, se la si considera la vera sostanza…

Sostanza’: ciò che gli antichi filosofi intendevano come sub-stantia, cioè ‘ciò che sta sotto’ e sorregge ogni cosa?

Sì, significativamente. E che in quanto ‘vera sostanza’ neutralizza, appunto, in sé ogni divenire, ogni decadenza, ogni apparenza… riscatta e ridà consistenza a tutte le rappresentazioni in quanto, per sfuggenti che siano, possono sempre essere ricondotte alla Causa Vera del loro incessante mutare.

E così si arrivò a credere di poter conoscere l’Operatore, cioè a credere di poter – o comunque di dover – conoscere veramente da dove provengono le scene, chi allestisce e smonta scenari in continuazione perché è così che si manifesta il suo potere…

Ma soprattutto si credé di poter entrare in contatto con un potere (un Potere) assoggettandosi al quale era dato parteciparne! Era dato condividerlo, anche se solo come strumenti, potendolo così esercitare su tutto e su tutti come ‘operatori’ al comando dell’Operatore. Legittimati da questa presunta Conoscenza. Da questa meta-conoscenza.

Ma è su questo sfondo che poté essere realizzata gran parte della promozione umana!

Senza dubbio. Ma come andarono poi veramente le cose sia dal punto di vista della conoscenza che della promozione umana cui avrebbe dovuto porsi al servizio?

Non troppo bene, immagino. O comunque in modo contraddittorio.

Per quanto questa meta-conoscenza funzionasse da appagamento e nello stesso tempo da stimolo, la precarietà delle immagini, per l’uso comunque che se ne doveva fare, restava inalterata. Il ricondurre le immagini ad una Causa considerata certa proprio perché dimorante in una dimensione occultata dalle immagini, di per sé non le rendeva – quanto meno in relazione alla loro funzione di rappresentazione insostituibile di ogni aspetto della realtà – più padroneggiabili, più in grado di restituirci una realtà liberata dalla tirannia dell’io, più affidabile. ‘Leggere’ il mondo considerato Vero ma occultato tra le righe di ciò che appare, diventava impossibile se intanto non ci si ingegnava a decifrare ‘ciò che appare’, a partire da lì. Per andare oltre, certamente, ma il primo punto fermo per costruire un sistema di conoscenze affidabili era, non poteva che essere, un confronto/scontro con le immagini, con i ‘fantasmi’…
‘Fantasmi’ che si vorrebbero, anzi, si dovrebbero, esorcizzare, smascherare, per mostrarci ciò che occultano, ma che, fino a che siamo costretti a guardare con questo ‘occhio’ che incessantemente ce li fa volteggiare davanti – cioè fin che viviamo – ritorneranno imperterriti e inarrestabili ad uscire dalla nostra mente come larve evanescenti.

Sì, d’accordo, però – per riprendere direttamente il discorso delle religioni e dei loro surrogati – questi che tu chiameresti ‘viaggiatori per strade maestre’ (i fondatori di religioni in primis, ma in definitiva ogni ‘maestro’ riconosciuto e seguito come tale) hanno pur avuto il merito non secondario di tentare questo ‘smascheramento’, di operare lo sforzo per riuscire a vivere non tenendo conto, o tenendo sempre meno conto, di questo mondo della rappresentazione in quanto illusorio, e di andare alla ricerca – esigenza umanamente insopprimibile – di una realtà che sta sempre ‘sotto’ a ciò che appare.

E’ vero, ma questi Viaggiatori Per Strade Maestre non si sono accontentati, in genere, di viaggiare per conto proprio e, sempre in genere, si sono sentiti in dovere – magari per rispondere, anche in buona fede, a questa ‘domanda’ connaturata alla condizione umana – di prenderci per mano e di guidarci… senza tener conto che anche loro – o proprio loro, e proprio perché imbarcatisi in questa impresa – hanno dovuto ammettere che la nostra esistenza… o si svolge puntando ad usare al meglio queste apparenze… oppure, se ci si volesse liberare di esse veramente, ci dovremmo liberare anche della vita. Cosa per la verità contemplata in certe espressioni estreme di tali insegnamenti (per non dire – come prospettiva ultima – da tutti), ma la maggior parte di essi, se non voleva incoraggiare alla autoeliminazione ‘qui e subito’, rendendo ai più (in realtà alla vita) di conseguenza poco accettabili questi insegnamenti, si sono dovuti ingegnare per provare a delineare un mondo che intanto, per apparente che fosse, andava pur sempre – sia pure con ‘occhio’ ripulito, allenato a ‘guardare oltre’ – descritto, indagato, interpretato per se stesso… e, con la più spericolata delle operazioni – quasi sempre nascondendosene l’autoinganno di fondo, prigionieri proprio di quel relativismo che ogni teologia condanna – adeguato a servire contemporaneamente ‘questa’ vita e l’Altra.

E questo cosa avrebbe provocato?

Ciò di cui probabilmente stiamo scontando ora più che mai l’incongruenza!
Tutto, o gran parte, del ‘darsi da fare’ in questa prospettiva ha comportato un esercizio immensamente arduo (in realtà destinato al fallimento) di conciliazione: del cosiddetto apparente col cosiddetto reale, di ciò che si coglie in superficie con ciò che sta sotto, del materiale, con lo spirituale, dell’umano col divino, e così via puntando a sciogliere analoghe, del tutto arbitrarie, contrapposizioni… La qual cosa ha innegabilmente dato un impulso straordinario, ha enormemente affinato questo ‘darsi da fare’, ma al prezzo di vedersi sempre più allontanare – e tanto più quanto più si progrediva negli sforzi e si accumulavano i successi – una possibilità reale di conciliazione. Quanto più si sono andati approfondendo gli sforzi per analizzare, al fine di conoscere, al fine, a sua volta, di cambiare, di modificare, un ‘mondo della rappresentazione’ che, proprio in quanto considerato puramente fittizio, era per definizione ‘ossimorica’ perfettibile all’infinito (vale a dire mai concretamente perfettibile), tanto più le esigenze di questa operazione hanno acuito la necessità di sospendere, di mettere tra parentesi, proprio ciò che doveva essere il fine ultimo di tanta operosità: costruire un sistema di conoscenze veramente affidabile cui affidarsi per ogni bisogno. Si dovette constatare che, o si concedeva sempre più affidabilità, valore quindi sempre meno relativo, alle conoscenze che l’indagare il mondo fenomenico rendeva possibili…

il ‘mondo fenomenico’ come fu poi anche chiamato il mondo della rappresentazione…

cioè si riconoscevano queste conoscenze relative al mondo fenomenico come sempre più vincolanti, oppure passi avanti nell’indagine non si sarebbero potuti fare.

E d’altra parte i ‘passi avanti’ per conoscere sempre più un mondo considerato dell’apparenza non potevano che essere ininterrotti e infiniti

Proprio così… almeno fino a quando non si fosse pervenuti – e davvero, e finalmente, e senza ritorno… e chissà come e chissà quando, visto che dovevano essere ‘ininterrotti e infiniti’ – ‘aldilà’ dell’apparenza!

E a questo punto cosa accadde?

Fu a questo punto che sorse il dilemma la cui risoluzione diventò via via sempre più indilazionabile (e sempre più di drammatica, distruttiva, attualità): o si dava un primato non solo ‘teorico’ (etimologicamente: rituale), ma proprio operativo, al riferimento a questo ‘aldilà’, tale da incidere strutturalmente sul modo di rapportarsi al mondo fenomenico improntando quindi il rapporto integralmente alle esigenze di quell’Altro Mondo, cioè a quello ritenuto Reale, e quindi si vanificavano tutti gli sforzi per conoscere intanto ‘questo’ mondo, quello della apparenza…
oppure, se si voleva proseguire per questa strada, bisognava in qualche misura non prestare attenzione più di tanto alle esigenze di Conoscenza Vera. Alla meta-conoscenza.
E ci si provò in tutti i modi… Ma in realtà, per lo più inconsciamente, non vennero mai abbandonati davvero gli sforzi per tentare una conciliazione da cercare, per così dire, ad un livello più elevato, e facendo di necessità virtù… e non c’è dubbio che ciò abbia a sua volta comportato ulteriori, anche straordinarie, elaborazioni…
che hanno illuso circa la possibilità di progredire contemporaneamente sulla strada della ricerca scientifica (era stata soprattutto una Scienza – un sistema di elaborazione e sfruttamento di conoscenze – a un certo punto rivoluzionata in funzione di una maggiore efficienza investigativa ed operativa ad accelerare potentemente il processo) e su quella della Conoscenza Vera…
ma il risultato, sempre più difficile da nascondere, fu una deriva schizofrenica, ad ogni passo avanti che si andava facendo, sempre meno arginabile. E giunta, questa deriva, secondo molti segnali rinvenibili proprio soprattutto in seguito agli straordinari risultati ottenuti dalla scienza, ad un punto sempre più prossimo al punto di non ritorno… e che intanto andava, e va, producendo, in perfetta simmetria con tali successi, una irrefrenabile ansia di recuperare l’Altro Mondo.

Ma non è contraddittorio assegnare un ruolo così determinante per il formarsi di questa ‘deriva schizofrenica’, come la chiami tu, proprio alla scienza… e soprattutto alla scienza moderna, che ha contribuito come mai in precedenza a fare giustizia di tante inutili e fuorvianti incrostazioni mitologiche, oltre che a rendere possibile il far fronte in modo concreto a tanti bisogni concreti?

Per niente, se si considera che la Scienza (con l’iniziale maiuscola per denotarne la deriva mitologica nella misura in cui è stata a sua volta mitizzata, esito questo, a sua volta, della ‘divinizzazione’ della ragione) ha reso possibile questo ‘recupero’ dell’Altro Mondo non più solo in senso figurato, come più o meno si era sempre finito per fare – per impotenza oggettiva, pur mettendocela tutta – in epoche passate, ma come possibilità reale, concreta.

Non ti seguo. Mi spieghi in che senso?

Nel senso che la scienza ha reso possibile ‘superare’ una pratica pur sempre rituale (per quanto ‘disumana’ fosse) con la quale si dava sfogo al disprezzo per ‘questa’ vita, prospettando a intere popolazioni – tanto le più progredite quanto le più arretrate: in modo diverso, anzi, per molti aspetti diametralmente opposto, ma accomunate da uno stesso impulso autodistruttivo e dalla disponibilità da parte di entrambe di armi ‘finali’ – assieme alla possibilità di progettare una sorta di ‘paradiso in terra’, la possibilità di dare vita ‘finalmente’ ad una reale Apocalisse. La Vita Autentica – resa sempre meno conciliabile con la realtà fenomenica, ma promessa tanto dai tradizionali Funzionari Dello Spirito quanto dai Profeti delle ‘magnifiche sorti e progressive’ (spesso, oltre tutto, riuniti in uno stesso centro di potere, quando non nella stessa persona) in contrapposizione solo apparente in quanto, di fatto, si alimentano delle stesse meta-conoscenze – divenne davvero raggiungibile perché davvero, per approdare ai rispettivi Eden, o comunque per imboccare la Strada Maestra che ne permetterà l’accesso, la scienza ha reso possibile abbandonare, tutti assieme appassionatamente, questa valle di lacrime.

Vedo che l’amore per il paradosso non ti fa retrocedere di fronte a niente! Tutto questo, in ogni caso, avverrebbe naturalmente a livello inconscio: la qual cosa, permettimi, proietta tutto in una dimensione ben poco verificabile, e rende in fondo ben poco credibile quanto stai affermando.

Al contrario, tutto diventa spaventosamente e concretamente pericoloso proprio in quanto l’inconscio – che tale resta – può usufruire di strumenti che gli permettono – se tale resta – di erompere finalmente su quella scena che una storica impotenza gli aveva sempre precluso di calcare da protagonista esclusivo. L’esigenza, insopprimibile, di una meta-conoscenza, posta dalla vita come esigenza che deve essere soddisfatta pena l’impossibilità della vita stessa di affermarsi, a questo può condurre se, da pura esigenza, si trasforma in reale possibilità.

Reale possibilità’ di autodistruggersi? Ma che senso ha?

Il senso che dà alla vita quell’ istinto di morte (quel thanatos che accompagna sempre l’eros, costituendone l’altra faccia, illustrati per esempio da Freud, e già impliciti in tante narrazioni mitologiche) che le è strutturale.

Ma io non credo che debba ineluttabilmente essere questo l’approdo cui finisce per condurre una storia della civiltà scandita dall’esigenza vitale di riflettere sulla vita stessa, di andare alla ricerca di una conoscenza in grado di ‘dare un senso’ all’esistenza…

Nemmeno io… se si parla di ineluttabilità.

E’ innegabile comunque che – quando la conoscenza, l’esigenza di conoscere che impone in qualche modo un arresto del flusso vitale in funzione del rendere possibile un qualche discernimento all’interno del susseguirsi caotico di immagini che noi stessi (la vita) produciamo, si traduce in meta-conoscenza da perseguire come improrogabile esigenza vitale – il rischio di anticipare e rendere definitivo per tutti tale arresto avendone la possibilità concreta, diventi un rischio a sua volta concreto.
E allora si impone la domanda: si può scongiurare tale esito… per ora soltanto minacciosamente stagliato all’orizzonte, tenuto ancora a fatica lontano dall’umanità come tale, come genere, perché ancora in grado, questa umanità, in talune sue componenti più che in altre, di convivere con un sano dubbio… mentre però nello stesso tempo sempre molti, troppi, anzi decisamente i più, sono quanti continuano a soggiacere ai profeti del ‘sacrificio della vita per la vita’ probabilmente senza nemmeno rendersi conto del perché del loro sacrificio… del loro essere ‘nati per morire’, come tutti, ma al solo paradossale, beffardo scopo di esaltare proprio così, con i loro stenti, la vita?

Tu che risposta daresti?

Più che una risposta, avanzo intanto un’ipotesi. Non dipenderà tutto dal fatto che ci si è sempre rivolti alla vita – essendo la vita ciò di cui solo veramente si dispone – ritenendo di poter avere indicazioni, quali che siano, solo da essa in quanto vita, anche nella consapevolezza – quando c’è ed è posta in primo piano – della sua insuperabile precarietà? Se l’esistenza, quella di ognuno, è totalmente tributaria della vita, cioè di una parabola biologica che porta inevitabilmente alla morte, quali mai indicazioni potranno venire da un ente, cui tutto si deve, da cui tutto dipende, senza il quale c’è per noi solo il nulla, ma che, per imporre se stesso, deve ‘nascondere’ il proprio epilogo, la propria fine, senza per altro potercene negare la consapevolezza? In altre parole, non sarà che, per sacralizzare la vita, cioè per tentare di rendere non precario, non caduco, ciò di cui in definitiva solo si dispone e di cui per altro la coscienza ci obbliga a conoscere, appunto, l’inesorabile deterioramento e annullamento nel tempo, la si sacrifica proprio come vita rispondendo in realtà solo al suo richiamo di morte?

Ma questo, più che una ipotesi, è quanto hai appena affermato in precedenza.

Lo riprendo come ipotesi per vedere di trovare una via di fuga da ciò che, essendo solo una ipotesi, lascia campo alla possibilità di essere smentita.

Va bene il ‘circolo vizioso’, ma adesso non esagerare!

Hai ragione, ma ormai si tratta per me di una ‘ginnastica mentale’ di cui non riesco fare a meno (si parla o no, e non a caso, di circolo ‘vizioso’?). Comunque, per riprendere il discorso, ogni ‘aldilà’, reale o simbolico che lo si intenda, non è una fuga dall’‘aldiqua’ nella speranza di una qualche salvezza?

Ma questo, non solo lo si era già detto, ma altro non è che quanto è sempre stato denunciato dal pensiero ateo-materialista…

Il quale però, per quanto ne posso sapere, oltre a questo non è mai andato… Veramente, intendo. Non è mai andato (ripeto, per quanto ne posso sapere, aspettandomi cioè di essere sempre smentito) al di là di un rifiuto spesso solo ‘interno’ ad una condizione esistenziale mai veramente ‘presa di petto’. Non ha, in altre parole, mai messo in primo piano il fatto che potrebbe trattarsi solo dell’espediente messo in atto dalla vita stessa per farsi accettare anche come morte! (Ciò che per altro, se non ‘credere’, dovrebbero almeno sforzarsi di tenere in ben maggiore considerazione invece di rimuoverlo, anche – anzi, soprattutto – i cosiddetti uomini ‘di fede’: da quella religiosa in senso proprio, a quella che si manifesta nel voler realizzare una qualche utopia invece di viverla come esigenza… Esigenza che resta viva solo se non la si soffoca ‘realizzando’ l’utopia, solo se l’utopia resta quel ‘luogo che non c’è’ da cercare continuamente ben consapevoli però che, appunto, c’è, ma solo come esigenza.)

E se si trattasse di questo, come superarlo?

Ecco la proposta… Una proposta, che in realtà è una risposta ad una domanda-paradosso, la quale poi altro non esprime se non un aspetto di quel circolo vizioso che costituisce la vita stessa della coscienza.

Avanti allora con la domanda-paradosso…Tanto ormai sono disposto a sentire di tutto!

La domanda-paradosso è: “Come è possibile ribellarsi alla vita – al suo esito – rispettandola?

La quadratura del cerchio!

L’ho premesso che si tratta di una domanda-paradosso… resa però tale necessariamente dal continuo ritornare dell’io su se stesso, dal suo continuo riflettere se stesso. Comunque, la risposta-proposta è: per l’uomo, costretto dalla vita a ‘servirla’ e nello stesso tempo dotato dalla vita della consapevolezza, della conoscenza, di ciò, forse non c’è che una strada da seguire: quella della conoscenza! Ma – condizione fondamentale perché tale ‘ribellione’ non sia autodistruttiva – di quale conoscenza deve trattarsi?

Paradossi, o circoli viziosi, a parte, se lo sforzo per sintonizzarmi con il tuo – diciamo – ‘pensare-sentire’ ha prodotto qualcosa di non solo paradossale, la risposta credo di conoscerla, e non può che essere una: deve trattarsi di una conoscenza di cui debbono essere tenuti sempre presenti, nel modo più rigoroso (e che può essere anche molto doloroso), i limiti!

Si devono tenere costantemente presenti i limiti perché la conoscenza non diventi quell’espediente autolesionista messo in atto dalla vita stessa per perpetuarsi come specie al di là, e a spese, della vita degli individui… l’unica per altro che gli individui hanno veramente a disposizione, anche se per viverla senza esserne schiacciati devono continuamente proiettarsene al di fuori. Invece di negare – o porre tra parentesi pensando così di neutralizzarla – la vita individuale sapendola recante con sé il proprio annullamento, forse è il caso di avere come punto di riferimento per l’esistenza di ognuno, per la vita di ognuno, cioè di tutti, proprio il suo limite, i suoi bordi, i suoi confini, il nulla che circonda proprio, e soltanto, la vita di ognuno. Cioè di tutti.
Cosa hanno prodotto infatti tutti i tentativi di andare oltre questi limiti?
A parte i contenuti espliciti o impliciti delle varie dottrine religiose, si prenda il tentativo che per tanti aspetti era sempre sembrato – ogni volta però dovendo assumere connotati diversi – il più lungimirante, il più ‘illuminato’: il tentativo cioè operato dai vari Umanesimi di ‘recuperare’ la vita individuale inserendola in un contesto più ampio. Con cosa è finito sempre di fatto per identificarsi questo ‘contesto più ampio’?

L’hai detto: di fatto, con la vita della specie.

Una vita della specie che…
anche se riproposta a livelli ben più articolati, ben più differenziati e ‘mobili’, rispetto a quelli delle specie animali (da quello minimo, la famiglia, a quelli via via più ampi e rappresentativi, come il clan, la tribù, la nazione, l’etnia, la razza, ecc…. per la verità alcuni di questi comuni anche a certe specie animali, e in modo per quel che è dato conoscere a volte anche più complesso… ma tutti comunque dai vari umanesimi ‘organizzati’ secondo criteri e intenti propriamente umani, cioè rispondenti a criteri posti al vaglio della coscienza)…
resta pur sempre la risposta ad una ‘imposizione’ della vita che si traduce, per la coscienza umana, al riferimento ad una Umanità puramente astratta se considerata come il tutto in cui la parte si annulla. Se collocata in una dimensione dove l’individuo reale, l’individuo storico, finisce per perdere la propria identità di individuo irriducibile ad altro (paradossalmente ricalcando quell’anonimato individuale che ogni umanista ha sempre riservato con più o meno disprezzo agli animali). E tutto questo, perché? Per il tentativo di immettersi in una dimensione che vada oltre i limiti che proprio la rivendicazione di una individualità cui non si intende rinunciare (che la vita, attraverso la coscienza, impone all’uomo di difendere come affermazione di individualità) fa soffrire come limiti.

Insomma, ancora un circolo vizioso. Però mi risulta ben paradossale (ancora!) vedere l’Umanesimo sotto questa luce, intenderlo imprigionato in questa gabbia, invischiato in una difesa dell’individuo che in realtà finisce per tradursi in una difesa della specie…

Ma cosa è stato, al di là delle intenzioni, ogni Umanesimo, comunque identificato o teorizzato, se non l’espressione di una proiezione di sé di ognuno al di là del proprio tempo reale per rintanarsi nell’alveo materno di una Umanità senza volto perché senza tempo reale? Che è invece – il ‘tempo reale’ – il tempo in cui si snoda la parabola biologica propria dell’esistenza di ogni uomo. Cioè dell’esistenza dell’uomo come uomo, come essere animato dotato di coscienza.
E forse, allora – per non periodicamente imbattersi nel fallimento (per altro nel tempo storico sempre meno circoscritto a singoli settori della società umana e sempre più esteso all’umanità intera) di un umanesimo sempre prospettato come ancora di salvezza e mai in grado di esserlo veramente perché non ha mai potuto, come mai potrà, essere in grado di superare lo scoglio che si è sforzato e si sforza inconsciamente di superare, cioè lo scoglio della morte – conviene provare a costruire un sistema di conoscenze, imposto sì dalla vita, ma basato su ciò su cui la vita di ognuno in realtà galleggia, su ciò che realmente la delimita, la circonda, la de-finisce, costringendo la coscienza a muoversi in questa gabbia, in questo circolo vizioso.

Cioè, basato su cosa?

Sul nulla.

Costruire sul nulla?

Sì, ma per non farsene schiacciare!

E a che condizioni la proposta di puntare sul nulla non sarà – come invece è sempre stata, e io credo con ottime ragioni, considerata – una proposta nichilista, cioè la proposta della fuga più rovinosa da sé dell’uomo?

Seguimi, anche se così facendo ti sembrerà – perché così in parte è – di percorrere strade appena percorse. Al di là delle considerazioni che si sono fatte, e si possono sempre fare, sulla conoscenza, resta il fatto che essa è, e sarà sempre, possibile ad una condizione che viene prima di ogni altra possibile, le informa tutte, in quanto fa tutt’uno con ciò che le rende possibili, con ciò mancando il quale niente è possibile…

Cioè con la vita: ormai lo si è detto a sazietà! Con la vita, punto di partenza e di arrivo, per te, di ogni riflessione sulla condizione umana.

Sì, ma una vita che è solo e sempre la vita di ognuno, la vita del singolo, e che non sarà mai la Vita, intesa come ‘la vita in sé’. E che come vita di ognuno è tutta rinchiusa entro limiti insuperabili il cui ‘aldilà’ non è esperibile da nessuno.

Anche questo è stato qui ripetutamente affermato…

Come è stato ripetutamente rilevato il possibile equivoco che è sempre stato alla base dei tanti equivoci che possono, o forse stanno, per portare l’umanità a negarsi come tale… e cioè il non tener conto che il considerare la vita come ‘vita in sé’ è proprio ciò che la vita impone per imporsi. Per venire sacralizzata. Per essere assolutizzata in quanto senza alternative.

E dove sta l’equivoco? Non si è ripetutamente sostenuto che la vita è senza alternative?

In effetti è senza alternative come esistenza… ma è l’esistenza che rappresenta di per sé una alternativa. E a cosa? Al nulla! Il quale nulla pertanto non è, né mai potrà essere, inteso come ‘altra vita’, ma la sua totale, radicale, negazione (Aut-aut: come aveva ben presente già l’antico Epicuro). Un nulla pertanto – ecco la sua ‘positività’ – che non si potrà mai ‘vivere’, e/ma che, proprio per questo, è l’orizzonte vero della vita. E’ l’ambito insuperabile entro il quale soltanto la vita è, e che mai potrà negare, pur ‘dovendolo’ negare per se stessa, per essere ciò che è.
Solo la consapevolezza dei limiti…
quella consapevolezza dei limiti che la vita stessa ha reso, sì possibile, ma come espediente per nasconderli esaltando, spingendo ad esaltare, la consapevolezza in quanto tale come modo per poter così affermare se stessa oltre se stessa, per ubriacare l’uomo inebriandolo con il vino della consapevolezza, per ‘confonderlo’ – per citare il racconto biblico là dove coglie, sia pure finalizzandolo alla propria visione teocentrica, questa stessa condizione – attraverso la presunzione di poter attingere all’‘albero della conoscenza del bene e del male’…
solo questa consapevolezza dei limiti può essere usata per definire veramente l’ambito della conoscenza, lo spazio in cui è veramente possibile, per definire le condizioni in cui può esercitarsi finalmente non a danno dell’uomo – di ogni uomo reale, storico, cioè di ogni singolo uomo – ma per la sua promozione. Quel benedetto senso (significato) che la vita ci impone – avendoci dotato di una coscienza – di perseguire, può non portare necessariamente allo smarrimento di qualsiasi senso ogni volta che ci sembra di averne afferrato uno che poi, subito dopo, ci sfuggirà da tutte le parti, soltanto se ‘guarderemo’ la vita sapendo mantenerla ferma nei suoi limiti, ‘usando’ il nulla che la circonda per sapere di ciò che vi sta dentro, non per pretendere di sapere del nulla pur avendone – e quindi dovendone tener conto – l’esigenza.

Provo, con te, a dirlo in altro modo: per tenere ferme le immagini rispettandone il moto incessante, o anche – riprendendo uno dei temi sempre ricorrenti nella storia del pensiero con lo scopo di fare del pensiero lo strumento più di ogni altro fruibile per rendere sempre meglio vivibile la vita… cioè per raggiungere uno dei traguardi più inseguiti dal pensiero filosofico, vale a dire ‘l’unità nella diversità’ – non si deve lasciare che le immagini si disperdano nel nulla…

E/ma, per non lasciarle affogare e svanire nel nulla, bisogna sempre essere coscienti del nulla, non rendersene schiavi proiettando se stessi (pur sentendone con ogni fibra di cui è costituito il nostro corpo l’esigenza) in un qualche ‘aldilà’ considerato ‘altro’ dal nulla.
Cioè, in realtà, nel nulla.

E con questo credo che si possa considerare chiuso il cerchio. Perché l’essere ‘proiettati nel nulla’ è ciò che è proprio, a tuo dire, di ogni religione. Come è proprio, sempre a tuo dire, di chi si muove nella prospettiva religiosa, quale che sia la veste con cui si copre per difendersi dal freddo dell’esistenza.
Possiamo allora dire che siamo arrivati alla fine di questa sorta di atto d’accusa da te lanciato alla cultura religiosa? Lo chiedo perché c’è qualcosa che mi fa ritenere (o dovrei dire temere?) che no, non siamo ancora giunti alla fine…

Timore tutt’altro che infondato… Perché io di questo Circolo Vizioso, se devo essere sincero, ne ho fin sopra i capelli… e sento il bisogno, quanto meno, di provare a ‘spezzarlo’.

Pur dopo aver argomentato in tutti i modi – spesso a mio parere anche oltre i limiti del veramente necessario – per dimostrare ciò impossibile?

In assoluto lo ritengo impossibile, ma essendo io come tutto e tutti, puramente contingente, figlio necessario del mio tempo, in questo tempo ‘mio’, che si chiuderà per me con me, provo a chiudere assieme a me anche il circolo vizioso.

Non oso provare a farmi coinvolgere – nel senso di cercare di capirla continuando il dialogo con te – in questa tua contorsione che mi sembra più patologica che dialettica. Ti chiedo solo come intendi procedere.

Non dimenticare che lo ‘spettro’ dell’ossessione l’ho evocato io per primo. Comunque intendo procedere parlando – in una sorta di breve appendice – della fine del mondo! Quanto meno del mondo umano…

E allora ti lascio al tuo – e suo, del mondo umano – destino.

 

 

 

Appendice

(Sulla fine del mondo umano: che – per quanto è dato attualmente conoscere – arriverà senza che ci si dia tanto da fare per anticiparla.)

Domanda, posta in forma di possibile circolo vizioso: la consapevolezza della precarietà e della fine dell’esistenza individuale, può tradursi – come proiezione – in una sorta di consapevolezza (convinzione radicata e radicale) della fine del mondo umano… oppure è la precarietà e l’estinzione inevitabile nel tempo, della specie umana, che funziona (che ha funzionato) come archetipo, come inconscio collettivo, su cui si è venuta costruendo la consapevolezza della precarietà e della fine dell’esistenza individuale (vale a dire ciò da cui, in sostanza, è nata la coscienza)?
Circolo vizioso per circolo vizioso, considerarne uno come questo credo sia inutilmente gratuito.
Per questa ragione. Se lasciamo perdere ciò che si immagina potrebbe produrre (o esserne il prodotto) questa presunta esigenza di collegare ad ogni costo una fine individuale con una qualche fine collettiva, perché probabilmente si tratta solo del prodotto – se non proprio gratuito, prigioniero di una temperie culturale necessariamente contingente – di una ‘scienza del profondo’ inebriata di se stessa, e ci rimettiamo invece alla eredità di cui ci troviamo a disporre come sopravvenuta conoscenza dei caratteri della concreta nostra presenza su questo pianeta…se, in altre parole, diamo il dovuto credito a ciò che il tempo da dietro le nostre spalle ci ha reso possibile vedere circa il nostro presente, cioè vederlo come lo possiamo vedere ora…ebbene, una fine definitiva è ipotizzabile senza la necessità di attribuire tale ipotesi a qualche oscuro intreccio/contraccolpo del nostro inconscio sulla nostra coscienza o viceversa.

La conoscenza, l’esigenza di conoscere, si è tradotta spesso in una meta-conoscenza che ora rischia concretamente (non più solo metaforicamente) di sbalzarci al di là della nostra dimensione specifica, in un nulla non più solo individuale ma, appunto, collettivo, che rischia cioè di rendere possibile una estinzione dell’umanità per autodistruzione…ma non è detto che la consapevolezza, e la conseguente denuncia, di ciò sia sufficiente per evitare all’umanità la sua fine come umanità. Così come la consapevolezza della fine dell’esistenza di ognuno non ne annulla la inevitabilità, anche se può, anzi deve, servire per non farcela soffrire più del necessario e soprattutto per evitare di provocarla anzitempo, allo stesso modo tutti gli sforzi, pur doverosi, per rendere più vivibile la vita dell’uomo sul pianeta rispettando l’ambiente, ‘assecondando la natura invece di violentarla’, non saranno verosimilmente in grado di evitare la fine di una qualsiasi vivibilità dell’umanità sul pianeta. Cioè di evitare la fine dell’umanità. L’Apocalisse potrebbe dimorare nel nostro inconscio fino a costringere la coscienza a ritenerla possibile e, avendone i mezzi, anche a provocarla (“Muoia Sansone con tutti i Filistei!”), ma esistono ormai sufficienti conoscenze che, proprio se messe in relazione alla consapevolezza dei nostri limiti strutturali – proprio, in altre parole, se non fatte assurgere a meta-conoscenza appagante per se stessa – ci costringono a constatare quanto siano casuali le condizioni che rendono possibile la vita sulla terra.
Ed essendo queste conoscenze sopravvenute nel tempo, non essendo cioè mai state a disposizione come tali (con questi caratteri) di quanti ci hanno preceduto – e tanto più quanto più lontani da noi nel tempo – è arduo immaginarle come componenti di una sorta di inconscio archetipico su cui si sarebbe andata strutturando la coscienza. L’avvenuta verificabilità di una dimensione dell’universo tale da trascendere – questa sì, e per davvero – una dimensione umana che non può che esserne condizionata in toto (per la sua stessa esistenza prima ancora che per i ‘modi’ di questa esistenza), ha reso ‘visibile’, riscontrabile con gli strumenti che abbiamo a disposizione, quella Divinità alla quale ci si era affidati, sia per dare sfogo ad una esigenza conoscitiva non altrimenti affrontabile, sia soprattutto per soddisfare ciò di cui per altro l’esigenza conoscitiva non è che un aspetto, cioè l’esigenza di uscire dalla precarietà. Il desiderio (e per molti mistici l’effettiva esperienza) di entrare in contatto diretto con la divinità, capace di provocare nello stesso tempo estasi e terrore, può essere ‘appagato’ dalla constatazione ormai accessibile a tutti di una dimensione del mondo in cui ci troviamo a condurre la nostra esistenza che, da tutto può dipendere, meno che da noi. La scienza stessa, rivedendo certi aspetti del suo statuto proprio per non tradirlo nei suoi presupposti deontologici – quando cioè non è accecata dagli strepitosi successi tecnologici raggiunti come traduzione pratica delle sua ricerca, ma è resa avvertita proprio dai sempre nuovi orizzonti che la ricerca le ha aperto – ha dovuto rivalutare, o valutare sempre più, il caso. Cioè, per noi, per la nostra coscienza, il caos.
Il nostro bisogno di conoscere – sempre frustrato quando, raggiunta una frontiera, ci si rende conto dei limiti di questa frontiera che poi altro non sono che i limiti strutturali della nostra coscienza – ci ha comunque portato a verificare che anche i limiti hanno un limite al di là dei nostri personali limiti: non solo la vita di ognuno di noi è precaria e volta inesorabilmente alla fine, ma proprio la possibilità stessa di ogni vita futura, e comunque di quella futura umana, è appesa ad un filo che può spezzarsi in qualsiasi momento. Se solo si guarda, come è possibile fare, alle cause, sia pure quelle più prossime agli effetti, delle continue trasformazioni cui è soggetto il pianeta, al suo ‘vivere’ una vita propria di cui la nostra (come per altro la sua rispetto al cosmo… quel cosmo che per noi, se non vogliamo illuderci ipotizzando ‘disegni intelligenti’ più o meno consolatori, è il caos) è solo un insignificante casuale epifenomeno, pensare di condizionare – comunque, per una mediazione divina o scientifica che sia – la sua vita con la nostra non è più quel qualcosa che contribuiva a farci accettare la vita, ma una illusione che ci è stata tolta. Meglio, che possiamo sempre toglierci senza per forza doverla sostituire con altre illusioni. Basta un terremoto, un’eruzione vulcanica, le conseguenze di una anche minima variazione del clima, tutti fenomeni che fanno parte del ‘respiro’ della terra, sia che la rispettiamo sia che la inquiniamo con le nostre scriteriate imprese… e tutti fenomeni di cui ormai conosciamo le ‘cause naturali’ , cioè quelle che bisogna pur avere presenti prima di avventurarci alla ricerca delle ‘cause prime’…
basta questo per invitarci a interrompere la ricerca delle cause prime in quanto, pur restando l’esigenza della ricerca, non ci riguarderanno più. E non solo come individui, ma proprio come specie. Una specie, la nostra, che non è diversa dalle tante di cui conosciamo il destino finale, l’estinzione, per averne rinvenuto alcune residue tracce non cancellate completamente dal tempo.

Certo, in modo ancora quasi inevitabile, la precarietà sempre più ‘documentata’ della nostra presenza sul pianeta, può spingere – e di fatto sta spingendo – ancor più che in passato:
o a rifugiarci nelle religioni tradizionali più o meno adattate, più o meno (come sempre del resto lungo la loro storia, pena la loro estinzione) ‘aggiornate’;
o a puntare tutto su quel surrogato delle religioni che sono le ideologie quando non sono vissute solo come esigenza;
oppure – ma con le stesse aspettative messianiche – a puntare concretamente (non più cioè solo attraverso visioni poetiche o fantascientifiche, ma forti dei risultati della ricerca scientifica) a modificare indefinitamente la nostra bio/fisiologia per potenziarla indefinitamente (cioè alla cieca, da apprendisti stregoni);
oppure ancora a prospettare una ‘traduzione’ e riproduzione della vita in qualche altra parte del cosmo (dove, per altro, almeno statisticamente, potrebbe già esserci)…
Ma tutto ciò non farà che accelerare la corsa, incrementandone il desiderio, verso il cupio dissolvi, verso una qualche forma di autodistruzione. Quanto più si apriranno nell’orizzonte umano prospettive di trascendimento, tanto più, non solo la condizione, ma la stessa dimensione spazio-temporale umana, rischierà di essere trascesa dall’uomo stesso, di farlo uscire definitivamente, per opera propria, dallo spazio e dal tempo. Sarà, potrà essere, in altre parole, il catastrofico trionfo della meta-conoscenza…

e però rendendo sempre più evidentemente contraddittorio proprio per questo – se invece che alla ragione strumentale (quella imposta dalla vita per affermarsi a nostra spese) si ricorrerà alla ragione ‘filosofica’ (quella che può far vivere da uomini il destino umano) – accordare alla meta-conoscenza lo stesso credito che le si era accordato in precedenza; e rendendo sempre più visibile e condivisibile che ‘alzare il tiro’ serve solo ad avvicinare la fine. Sempre potenzialmente parlando, certo, ma di una potenzialità che ora può assumere sempre più i caratteri della possibilità effettiva, mettendo sempre più in evidenza come forse sia giunto il momento per l’umanità di far fronte ad una condizione umana contrassegnata dal bisogno in modo più ‘economico’, cioè più razionale relativamente a tale condizione, di quanto si sia fatto fino ad ora: vale a dire considerando questa condizione ineliminabile, e sforzandosi pertanto di non creare altri bisogni con cui appesantirla in modo sempre più insopportabile.
Aiutati in questo – se si accetterà l’indicazione che ne può venire – dalla conoscenza (non meta-conoscenza!) della fine del mondo. Quanto meno di quello umano. C’è ora la possibilità reale di rendersi conto di come lo sforzo, a suo modo eroico, comunque certamente umano, umanissimo, anzi, ‘troppo umano’, di liberarsi dal bisogno puntando a costruire un mondo in cui poter abitare liberi dal bisogno, forse ha già dato tutto quanto poteva dare… e forse sta togliendo ogni giorno sempre più proprio in proporzione e in funzione di ciò che sta dando. E dal momento che ciò che da sempre l’uomo si era proposto – soprattutto con le religioni, e poi con i loro surrogati – era liberarsi in assoluto dal bisogno… e dal momento che per raggiungere questo assoluto ha ormai elaborato quanto bastante per ‘liberarlo’ in realtà da se stesso (per eliminare per sempre il bisogno eliminare inconsciamente se stessi)… o si toglie l’assoluto, comunque identificato, dall’orizzonte dell’umanità, o questo assoluto si rivolterà, come si sta rivoltando, contro l’umanità portandola all’autoannientamento.
Se l’assoluto è servito a qualcosa, ora – resi consapevoli di una fine non più solo individuale, ma collettiva, di cui non è certo imputabile l’uomo per un qualche suo peccato ‘originale’ o ‘storico’ – il prezzo che per ottenere questo qualcosa è sempre stato pagato in termini di conflittualità tra i vari modi escogitati per raggiungerlo, non è più sostenibile… e l’unico vero servizio che l’assoluto può ancora rendere all’umanità è quello di togliersi di mezzo nel solo modo possibile: lasciarsi analizzare nel suo lato oscuro in modo da poterlo identificare e impedirgli così di soverchiare quanto di luminoso ha pur saputo creare. E questo è l’unico modo possibile per neutralizzarne la carica distruttiva, in quanto pensare di eliminarlo completamente, cioè eliminarlo anche come esigenza, può significare solo lasciargli mano libera, lasciarlo agire indisturbato… togliendoci la possibilità di esercitare quello sguardo sufficientemente libero che permette, per quanto è in nostro potere, di confrontarci davvero con i limiti invece di esorcizzarli.


Limiti che non sono solo quelli di una condizione umana determinata così come si è venuta determinando, ma quelli relativi all’esistenza dell’umanità stessa.

Se si riesce a togliere dall’orizzonte dell’uomo un futuro indefinito mettendolo di fronte alla fine di ogni tempo umano, chissà che non venga impiegato meglio il tempo disponibile. Che venga occupato meglio lo spazio ancora disponibile senza intasarlo di opere inutili per esistenze solo sofferte in nome di una sacralità della vita che porta solo a sacrificarla. Perdere la Fede e la Speranza quando questa fede e questa speranza stanno scagliando definitivamente l’uomo oltre se stesso, oltre il suo stesso destino, oltre il suo fato, è forse ormai l’unico modo per recuperare fede e speranza come esigenze davvero vitali solo se sono utili alla vita dell’uomo mentre vive… non per quando arriverà la fine. Non per esorcizzare la fine.

E così se poi questa fine definitiva non verrà, o comunque prima che arrivi, qualcuno almeno sarà sopravvissuto per vedere cosa liberamente fare – lui, allora, non noi ora: noi che allora non ci saremo, ma non avremo impedito che altri ci siano per questa nostra pretesa di esserci ancora noi, là, come proiezione di noi stessi, a rompergli le scatole – della sua esistenza e di quella dei suoi simili.